Gerusalemme – Sul volto di Pierbattista Pizzaballa c’è un’espressione di sollievo che raramente in questi due anni gli abbiamo visto. La stessa espressione che incontriamo nei vicoli, sui volti degli abitanti della Città vecchia. È un giorno di speranza questo a Gerusalemme, e le parole del cardinale lo riflettono in pieno: «Non possiamo essere ingenui. Ma certo è la fine di una lunga notte», ci dice accogliendoci nel salottino del Patriarcato latino di Gerusalemme.
Eminenza, qualche mese fa, in questo stesso luogo, ci ha detto «pace è una parola impegnativa: non dobbiamo usarla a sproposito». Siamo arrivati al momento in cui possiamo usarla?
«Più che parlare di pace, direi che vediamo le prime luci dell’alba: che non vuol dire che è pieno giorno. È un inizio giusto, qualcosa che porta speranza: già stamattina, nelle strade qui intorno, c’era un’energia diversa. La strada è lunga, gli ostacoli saranno tanti, però è il momento anche di gioire di questo momento, che è sicuramente positivo».
Due anni di violenza, di morte, di disumanità, di impossibilità anche solo di riconoscere il dolore dell’altro: da dove si riparte?
«Poco alla volta, ma ci vorrà tempo, bisognerà ammettere che non c’è solo la propria parte in questa storia. Entrare anche nel dolore dell’altro richiederà tempo: riconoscere che l’altro c’è, che esiste, mi pare un buon punto di partenza. Negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi due anni, l’idea portante è stata “io e nessun altro”: questo dovrà cambiare. Non sarà rapido e non sarà facile: ci vorrà un lungo percorso, ci vorrà anche leadership. Uno dei problemi che abbiamo è che la leadership, sia politica che religiosa, da entrambe le parti in questi anni non ha aiutato».














