Non è facile cambiare la narrazione di un luogo, soprattutto di una periferia. Ancora di più se quella narrazione è fonte di giudizio negativo, stigmatizzato, al punto da farsi pregiudizio. A pagarne le conseguenze non è solo lo spazio fisico, quel pezzo di territorio marginalizzato ed escluso, ma anche chi lo abita, lo vive. Cercando un’ordinaria quotidianità. Lo sanno gli abitanti dello Zen di Palermo. «Degli Zen, al plurale» come sottolinea Paola Nicita, giornalista palermitana, storica dell’arte e docente di Teoria della percezione e psicologia della forma all’Accademia delle Belle Arti del capoluogo siciliano. Perché gli Zen a Palermo sono due, legati e al contempo distinti da una storia complessa di promesse mancate, che Nicita ricostruisce nel libro Centro senza centro - Le periferie di Marc Augé con un’intervista inedita sullo Zen di Palermo (ed. Mimesis/Sguardi e Visioni, 2025, 152 pp., 15 euro), arricchito dalle fotografie di Emanuele Lo Cascio. Un progetto nato da un’intervista fatta nel 2008 al filosofo e antropologo Marc Augé, teorizzatore dei «nonluoghi», e rimasta inedita fino a oggi. «Marc Augé conosceva benissimo lo Zen di Palermo, posto su cui si era tanto interrogato» racconta l’autrice. «Mi disse che lo Zen di Palermo era il posto più agli antipodi della sua idea di nonluogo: mentre il nonluogo è segnato dall’uniformità totale degli spazi, al punto da renderli spazi senza identità uguali in tutto il mondo, lo Zen è l'opposto, per come è stato realizzato, per come gli abitanti lo vivono. Per lui era Palermo il nonluogo, banale rispetto all'identità forte dello Zen. Queste riflessioni di Augé sono straordinariamente attuali ancora oggi, rispetto a un territorio che negli anni è diventato sinonimo di aggettivi negativi e che in realtà è schiacciato dalla propria storia, usato come ripostiglio dove riversare tutto ciò che non andava».