di
Maurizio Porro
L'attore aveva 88 anni e aveva avuto una lunga carriera in cui aveva recitato in oltre 120 film. L'ultimo è «In the Hand of Dante» di Schnabel
E morto ieri a 88 anni all’ospedale san Filippo Neri di Roma, Paolo Bonacelli, nato a Civita Castellana (Viterbo) il 28 febbraio 37, attore che si era distinto sia al cinema che in teatro, lavorando con i migliori registi (famoso il suo «Malato immaginario» con la regìa di Missiroli), ma attivo anche in tv, debuttando nel ’64 nei «Grandi camaleonti» di Fenoglio, poi nel come Charles Bovary in una riduzione del romanzo di Flaubert. Sono stati 60 anni di carriera, spesso impegnato in ruoli di «villain» o di personaggi ambigui e di discussa moralità, ma ritagliandosi anche un angolo brillante, ma spesso polemico. Resta importante la partecipazione al film testamento di Pasolini«“Salò» o «Le 120 giornate di Sodoma», ma fu anche sui set di Bolognini, Rosi, Antonioni («Mistero di Oberwald»), Cavani e Troisi. Nel ’91, partecipando a «Johnny Stecchino» di Benigni vinse il Nastro d’argento, mentre allo Stabile di Genova con Lionello condivide il trionfo del «Diavolo e il buon Dio» di Sartre, inedito in Italia e diretto da Squarzina.
Lo troviamo al fianco di grandi protagonisti come Gassmann (con lui debutta in una discussa edizione di “Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello, nel 62), specializzandosi nelle rarefatte parole dell’inglese Pinter, in quelle di «Tradimenti» e soprattutto in una bella edizione di «Terra di nessuno» diretta da Guido de Monticelli. Fu un attore disponibile a ogni valida occasione gli si presentasse, dopo essersi diplomato all’Accademia d’arte drammatica: la scuola non era quella della immedesimazione ma dell’osservazione a distanza critica del testo e del ruolo, il tutto visto in un contesto più ampio del suo successo personale, che puntualmente si rinnovava, ma gli piaceva pensare che un attore parlasse anche per migliorare, conoscere, criticare la società di ieri e di oggi.







