Negli ultimi tre anni l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. Ma ad aver impoverito i lavoratori è stato anche il combinato disposto tra carovita e fisco. Lavoratori e pensionati italiani, stando alle stime degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, hanno versato allo Stato circa 25 miliardi di euro in più per colpa del drenaggio fiscale, cioè l’aumento delle imposte dovuto al mancato adeguamento degli scaglioni Irpef all’inflazione. Un meccanismo tecnico ma dagli effetti molto concreti: più gettito per lo Stato e tasche più leggere per i contribuenti, anche se il loro reddito reale è rimasto al palo o diminuito.

Le simulazioni elaborate dall’Ufficio economia della Cgil, che ha calcolato la differenza tra l’imposta effettivamente pagata e quella dovuta in un regime Irpef perfettamente indicizzato

all’inflazione, mettono in evidenza l’impatto in alcuni casi specifici. Un lavoratore dipendente con contratto rinnovato e il salario di conseguenza ritoccato al rialzo dai 28mila euro lordi del 2022 a 30.990 nel 2024 ha subito un drenaggio di ben 1.382 euro nel triennio. Chi non ha avuto aumenti, e ha mantenuto un imponibile poco sopra i 27mila euro, ne ha persi comunque 1.032: ha subito un prelievo più oneroso nonostante il suo potere d’acquisto sia diminuito. Per i pensionati, nonostante la perequazione, l’aggravio è stato di oltre 700 euro. Un prelievo aggiuntivo silenzioso, molto utile per far quadrare i conti pubblici riducendo il rapporto deficit/pil come rivendicato dal ministro Giancarlo Giorgetti. Ma in netto contrasto con la narrazione di un governo che dice di voler ridurre le tasse e non sa spiegare in maniera convincente come mai la pressione fiscale continui invece ad aumentare.