Ci si è lavorato vent’anni senza arrivare a niente. E così i riflettori sul dossier «rappresentanza» si sono spenti. Per intenderci: parliamo della condivisione di regole per definire quali sono i sindacati e le associazioni delle imprese più rappresentativi e, di conseguenza, titolati a firmare contratti che valgano da punto di riferimento. Con trattamenti al di sotto dei quali non si possa andare.
Oggi l’elettroencefalogramma della discussione sulla rappresentanza è tornato a dare segni di vita. Come si spiega? I lavoratori coperti dai cosiddetti «contratti pirata», firmati da associazioni fantasma, sono ancora molto pochi. Ma inesorabilmente aumentano. «Contratto dunque esisto»: è questa la legge non scritta. A taccuini chiusi chi si occupa di relazioni industriali nelle grandi organizzazioni d’impresa dei servizi e dell’industria lo dice chiaramente: «Ci sono imprese che passano ad associazioni che offrono contratti al ribasso. E questo fa calare iscritti e contributi versati. Il fenomeno preoccupa». Ecco allora che non si può leggere come casuale il fatto che, quasi in contemporanea, Confindustria e Confcommercio abbiano attivato ciascuna un tavolo di confronto con Cgil, Cisl e Uil. E che nell’agenda di entrambe sia tornato il tema della rappresentanza. «I contratti collettivi nazionali possono definirsi tali solo se firmati da organizzazioni realmente rappresentative, con una base solida e verificabile di iscritti, imprese e lavoratori», ha scritto nei giorni scorsi il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli su Il Sole24ore. Mentre il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ripete in ogni occasione che se gli stipendi sono bassi bisogna prendersela con i contratti pirata.






