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Tra lunedì e martedì l’esercito siriano si è scontrato militarmente con le forze curde ad Aleppo, la seconda città della Siria e la principale del nord del paese. Le violenze sono terminate con un cessate il fuoco annunciato martedì, ma hanno mostrato come il rapporto tra lo stato centrale e i curdi, la principale minoranza del paese, sia assai teso e difficile da gestire.
Gli scontri sono avvenuti nei due quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud di Aleppo, che sono controllati dalle Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese), cioè l’esercito dei curdi siriani. Non sono chiare le cause. Secondo SANA, l’agenzia di stampa ufficiale siriana, le forze curde avrebbero attaccato dei posti di blocco dell’esercito regolare con mitragliatrici e colpi di mortaio, e l’esercito avrebbe risposto. Le SDF hanno negato, e hanno incolpato invece le provocazioni dell’esercito. Non è chiaro nemmeno quante persone siano state uccise: secondo SANA, almeno un soldato del governo e un civile, ma testimoni sul posto sostengono che potrebbero esserci altre persone.
Martedì i combattimenti si sono placati dopo che Mazloum Abdi, il capo delle SDF, è andato nella capitale Damasco per incontrare il ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra. I due hanno concordato un «cessate il fuoco complessivo su tutti i fronti e in tutte le posizioni militari nel nord e nel nord-est della Siria». All’incontro hanno partecipato anche alcuni delegati statunitensi, che sono i principali alleati dei curdi siriani nella regione: a partire dal 2014 i curdi siriani furono fondamentali nella coalizione a guida statunitense contro il gruppo terroristico dello Stato islamico.






