di Claudia Osmettimercoledì 8 ottobre 2025 (Ansa)3' di lettura Il lenzuolo si prende tutto il portone: “Statale occupata”. A caratteri cubitali, mezzo viola e mezzo nero, sotto ci sono i manifesti stampati in bianco e nero. «Via Conservatorio occupata contro l’accademia del genocidio». Non è neanche la fotografia più allarmante. Poco distante, appeso a un muro con del nastro adesivo, campeggia un cartello: è scritto a mano, apparentemente sembra il listino di un locale, non fosse per delle rondini disegnate a parte in maniera speculare che richiamano le frange della kefiah. «Birre due: euro», si legge, «amari, benefit legale: tre euro». E in centro, ben visibile, dove ti cade l’occhio: «Sbirri morti: tre euro». Milano, 7 ottobre del 2025.

Non è una data a caso, è la data della commemorazione del pogrom di Hamas nel sud di Israele e infatti, poco distante, in piazza San Carlo, il presidente della comunità ebraica Walker Meghangi fa «appello alla democrazia a mettere avanti la pace di cui ci sono trattative importanti»: ma qui, alla facoltà di Scienze politiche, i collettivi di sinistra e i pro-Pal raccontano un’altra storia.

È la storia a cui ci siamo (brutalmente) abituati in queste settimane: quella del “genocidio”, del “bloccare tutto”, della Palestina presa a pretesto solo per far baccano. È martedì e il collettivo studentesco Rebelot è in assemblea: sui social non fa che rilanciare la causa di Gaza, in presenza pure. «Per la digos solo spari», ha scritto qualcuno con una bomboletta spray nera sotto una finestra.