La storia dell’eroica avventura di Ernest Shackleton nei mari antartici si arricchisce di un nuovo tassello. Una ricerca pubblicata sulla rivista Polar Record journal da Jukka Tuhkuri, professore di meccanica dei solidi della Aalto University, ribalta infatti la narrazione che ha accompagnato per quasi un secolo lo sfortunato naufragio della Endurance, ammiraglia della spedizione, ritenuta la più resistente nave per l’esplorazione polare dei suoi tempi, e condannata ad affondare tra i ghiacci – così si è sempre detto – da un inatteso, e fatale, “tallone d’Achille”. Dietro questa legenda si nasconderebbe una realtà molto diversa. Ma per capire di cosa stiamo parlando può essere utile partire con un brevissimo riassunto.Il naufragio della EnduranceErnest Shackleton è indubbiamente uno dei protagonisti principali dell’epoca eroica dell’esplorazione antartica. Quella manciata di decenni a cavallo del ventunesimo secolo, in cui gli sforzi di un manipolo di esploratori mal equipaggiati hanno permesso di mappare il continente antartico – in precedenza praticamente sconosciuto – e di raggiungere il polo Sud, impresa riuscita al norvegese Roald Amundsen nel 1911 (nel corso di una “corsa al Polo” che costò la vita al britannico Robert Falcon Scott e alla sua squadra).In questo contesto, Shackleton giocò un ruolo di primo piano. Prima nella ciurma della Discovery, prima spedizione britannica in Antartide, sotto la guida del capitano Scott. E poi comandando personalmente due spedizioni, la Nimrod, in cui tentò – senza successo – di raggiungere il Polo Sud nel 1909. E quindi la spedizione imperiale trans-antartica, a cui deve la sua fama nonostante il fallimento della missione, arrivato ancora prima di attraccare sulle coste dell’Antartide. L’obiettivo in questo caso era quello di attraversare per la prima volta il continente antartico, e raggiungere una seconda nave, che li attendeva nel Mare di Ross, e che li avrebbe dovuti riportare a casa. Nella realtà, le cose andarono in modo molto diverso.L’incidente e l’eroico viaggio di ritornoLa rotta scelta da Shackleton avrebbe dovuto portare la sua ammiraglia, l’Endurance, ad attraccare nella baia di Vahsel, nell’angolo più meridionale del mare di Weddell. Ma le condizioni dell’oceano non permisero alla nave di avvicinarsi al continente: la barca rimase infatti intrappolata nella banchisa ghiacciata a gennaio del 1915, e calò infine a picco a novembre dello stesso anno, lasciando i 28 membri dell’equipaggio bloccati in condizioni disperate sul ghiaccio.Da qui, la storia prende connotazioni eroiche: gli uomini di Shackleton raggiunsero l’isola dell’Elefante, poco a largo delle coste dell’Antartide, utilizzando tre scialuppe di salvataggio, e quindi il capitano, insieme a cinque marinai, partì per una traversata disperata che li portò a coprire 1.600 chilometri in 15 giorni, navigando a bordo di una scialuppa in condizioni meteorologiche proibitive, fino a raggiungere la Georgia del Sud, e da lì, organizzare una spedizione di salvataggio che alla fine permise di salvare tutti i membri dello sfortunato equipaggio.Una nave inaffondabile?La storia di Shackleton negli anni ha assunto connotati leggendari: la vicenda di un manipolo di uomini funestati dalla sfortuna, in grado di sopravvivere con le proprie forze, e il proprio ingegno, alle insidie di una natura inclemente. Parte centrale di questo racconto è anche la Endurance, una nave descritta da diverse fonti come inabissabile, il meglio del meglio delle navi polari costruite nei cantieri norvegesi, affondata dopo lunghi 9 mesi trascorsi nella morsa del ghiaccio non per la fragilità dello scafo, ma a causa di un unico evento inatteso: la rottura del timone, circostanza che Shackleton avrebbe potuto fare ben poco per evitare.Riguardo a questo particolare, fino ad oggi storici e scienziati avevano dovuto prendere per buoni i racconti dell’epoca. Nel 2022 però è stato ritrovato il relitto della nave, al termine di una spedizione, la Endurance22, a cui ha partecipato lo stesso Tuhkuri, che oltre ad essere un professore di ingegneria è anche appassionato di esplorazione polare. Osservando con i propri occhi la nave, lo scienziato si è chiesto come mai nessuno avesse mai effettuato un’analisi strutturale della Endurance, e ha deciso di occuparsene di persona. E il risultato restituisce un’immagine molto diversa da quella delle cronache dell’epoca.Una scelta consapevole“La Endurance aveva chiaramente diversi difetti strutturali rispetto ad altre navi utilizzate in precedenza per l’esplorazione antartica”, spiega Tuhkuri. “Le travi del ponte e le costole erano più deboli e il compartimento macchine era più lungo, il che causava un grave indebolimento in una parte significativa dello scafo, e inoltre non c'erano travi diagonali per rinforzare la struttura. Questo non solo mette in discussione la narrativa romantica secondo cui fosse la nave polare più robusta del suo tempo, ma smentisce anche l'idea semplicistica che il timone fosse il tallone d'Achille della nave”.L’analisi di Tuhkuri non si ferma qui: studiando i diari e la corrispondenza privata di Shackleton e dell’equipaggio, il ricercatore ha messo in luce come le fragilità strutturali della Endurance fossero ben chiare al capitano, che se ne era espressamente lamentato in una lettera indirizzata alla moglie, ammettendo che l’avrebbe scambiata in qualunque momento con quella utilizzata nella spedizione precedente. Non si trattò quindi solo di sfortuna: il fallimento della spedizione di Shackleton fu causato anche dalla scelta di una nave inadatta per affrontare i pericoli della banchisa polare antartica.“Possiamo speculare che si sia trattato di problemi finanziari o vincoli di tempo, ma la verità è che potremmo non sapere mai perché Shackleton abbia fatto quelle scelte – conclude Tuhkuri – Se non altro, comunque, ora abbiamo risultati più concreti per con cui arricchire di particolari le sue vicende”.
Shackleton sapeva che l'Endurance non era attrezzata per sopravvivere ai pericoli dei ghiacci antartici
Un’analisi strutturale della nave ha stabilito che presentava diversi difetti costruttivi che ne hanno causato il naufragio, e di cui il capitano era a conoscenza






