È da poco uscito per Feltrinelli Gramma Gli antropologi, di Aysegül Savas, autrice turca che scrive in inglese. Tradotto in dieci Paesi e segnalato fra i libri dell’anno dalle testate più importanti degli Stati Uniti – e da Barack Obama – Gli antropologi è la storia di una coppia che si è trasferita in una non specificata metropoli occidentale e dopo anni deve decidere se, e come, comprarvi casa. Fatto di piccoli scorci e gesti minori, in una scrittura delicatissima resa alla perfezione da Gioia Guerzoni, Gli antropologi è attraversato in realtà da domande enormi, e attualissime in un mondo lacerato fra la post-globalizzazione e il ritorno degli identitarismi: cosa significa appartenere a un posto? E questa appartenenza è realmente necessaria, o sostituibile con quella più intima e profonda delle amicizie, della professione e dell’amore? Ne abbiamo discusso con l’autrice, venuta in Italia in occasione del festival 2666 organizzato dalla Scuola Belleville. Non ha la sensazione che il settore immobiliare occupi uno spazio enorme nell’immaginazione della nostra generazione? Il suo libro, i libri di Deborah Levy, l'ultimo libro di Garth Greenwell, Andrea Bajani, Emanuele Coccia. Da cosa dipende?«Immagino che in parte abbia a che fare con il nostro senso di frammentazione. Poiché non sentiamo di avere autorità settori più vasti della nostra vita, ci aggrappiamo a un piccolo lembo di terra. Il nostro senso di appartenenza è stato in gran parte disintegrato, quindi cerchiamo di ancorarci nella sfera domestica. Inoltre, l’idea di essere un lavoratore freelance che può vivere praticamente ovunque è recente. Quel tipo di libertà porta con sé la domanda su dove dovremmo vivere, e l’alloggio diventa quasi una questione esistenziale piuttosto che solo logistica». Questo è uno degli elementi centrali di Gli antropologi. Ha rappresentato questa aspirazione a vivere da qualche parte come un’equazione con un’incognita. Non nomina la città dove si trasferiscono i protagonisti, universalizzando la loro storia pur concentrandosi molto specificamente sull’intimità dei personaggi.«Se sei uno scrittore non madrelingua inglese, c’è l’aspettativa che la tua scrittura porti un senso di quella cultura: “questa è l’esperienza turca”. È un peso di cui voglio liberarmi: ti fa sentire straniero. Stavo combattendo contro questo e spingendo contro le specificità, ad esempio ambientare la storia a Parigi, perché ciò avrebbe descritto un tipo molto specifico di esperienza da expat, non l’esperienza più generale della nostra generazione».
Aysegül Savas:“Il mondo è degli espatriati. Sappiamo sentirci a casa nella precarietà”
La scrittrice di “Gli antropologi”, caso editoriale mondiale amato da Obama: «La tradizione è una conversazione che costruisci sin dall’infanzia»







