L’evento più grave del 2025 in Piemonte è stato ad aprile scorso con precipitazioni, in alcune zone, che hanno raggiunto il mezzo metro. La regione subalpina, per ricchezza di fiumi e canali e per la complessità del territorio montano e collinare, esposto a frane e smottamenti, è infatti tra le più a rischio. Il Pnrr ha destinato alla Regione 70 milioni, con interventi in fase di conclusione, mentre dal Piano ReNDiS del ministero dell’Ambiente ne sono arrivati poco meno di 90. «Il problema oggi non sono i grandi fiumi, ma i corsi d’acqua secondari, che in poche ore possono creare grandi problemi», sintetizza l’assessore alla Protezione civile del Piemonte, Marco Gabusi.

Dai corsi minori il rischio maggiore

Le piene del 1994 e del 2000 hanno interessato i fiumi principali del Piemonte, il Tanaro e il Po, mentre negli ultimi anni i problemi sono arrivati dai corsi minori, per i quali è anche più complesso prevedere misure di mitigazione del rischio per mancanza di spazi circostanti. «Nell’ultimo evento, ad aprile - ricostruisce l’assessore - la piena del Po l’abbiamo prevista con otto ore di anticipo e abbiamo sbagliato la stima sui livelli del fiume di soli due centimetri», spiega Gabusi. Sistemi di allerta e interventi mirati hanno negli anni aumentato la sicurezza lungo i corsi d’acqua principali, questione più complessa invece per torrenti e corsi minori, per i quali l’antropizzazione è un fattore strutturale più complesso da gestire. Il Piemonte è l’unica regione in Italia, ad esempio, ad avere uno strumento a sostegno dei privati che accettino di lasciare la propria casa in un’area di rischio, con 62 nuclei familiari ricollocati dal 2009 e oltre 6,6 milioni di aiuti stanziati per demolire gli immobili e acquistare quelli di nuova destinazione.