Una parte importante della comunità ebraica americana condanna nettamente le operazioni militari avviate da Israele nella Striscia di Gaza dopo le stragi del 7 ottobre 2023. Secondo un sondaggio del Washington Post, il 61% degli ebrei statunitensi ritiene che Israele abbia commesso crimini di guerra, mentre il 39% parla apertamente di genocidio contro il popolo palestinese. È un dato senza precedenti, che segna una frattura nel legame storico tra lo Stato ebraico e la diaspora negli Stati Uniti.

L’indagine, condotta dal 2 al 9 settembre su un campione di 815 ebrei americani, mostra un crescente malcontento verso il governo di Benjamin Netanyahu. Il 68% degli intervistati giudica negativamente la sua leadership e quasi la metà la definisce “pessima”, un aumento di 20 punti rispetto a cinque anni fa. Tuttavia, il 94% accusa Hamas di crimini di guerra, segno che la condanna di Israele non implica un’assoluzione per i suoi nemici.

Sull’operato militare israeliano a Gaza, il campione si divide quasi a metà: il 46% approva, il 48% disapprova. È comunque una percentuale di sostegno più alta rispetto alla media Usa, dove solo il 32% appoggia Israele. Molti intervistati hanno spiegato di aver sostenuto l’intervento all’inizio, ma di esserne rimasti poi delusi per l’eccessiva durata e la devastazione causata sul piano umanitario. Nonostante il crescente dissenso, tre quarti degli ebrei americani considerano ancora vitale l’esistenza di Israele per il futuro del popolo ebraico. Tuttavia, cresce la convinzione che l’attuale governo di Tel Aviv, anziché proteggerli, stia isolando gli ebrei nel mondo. Il sondaggio riflette, quindi, una comunità in profonda crisi identitaria, segnata da contraddizioni e da un distacco crescente tra un elettorato ebraico tendenzialmente liberale e una leadership israeliana sempre più nazionalista. Una frattura che il conflitto a Gaza, osserva il Post, ha finito per accelerare.