«Abbiamo voluto rovesciare il punto di vista: non sono gli studiosi a spiegare ai ragazzi cos’è l’Europa, ma i giovani stessi – i 1.086 su 1.200 interpellati che hanno risposto a un lungo questionario, la maggioranza dei quali appena maggiorenni -, a raccontare che cosa si aspettano da essa, quali sogni e aspettative hanno. Ne è uscito una specie di manuale per la politica». Domenico Siniscalco, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, lo sfoglierà mercoledì a Torino nel corso dell’incontro L’Unione europea fa la forza che, ricordando la figura e il pensiero di Einaudi, metterà al centro loro: i giovani. «Pur dichiarandosi disinteressati alla politica nazionale – un ragazzo su due lo è poco o per niente – come a quella Ue (40% poco, 14% per nulla), quando si toccano i temi che li riguardano – lavoro, emigrazione, ingiustizie – proprio l’Europa torna punto di riferimento», spiega Siniscalco. Dunque, nonostante un senso di distanza, l’Europa rimane una bussola per i ragazzi. È così?«Viene considerata un luogo di opportunità e di diritti». Però solo il 13% si definisce “cittadino europeo”. Come se lo spiega? «Hanno una visione pragmatica dell’Europa. Il suo modello viene visto come possibile strumento di pace per risolvere i conflitti. I giovani, inoltre, hanno imparato la lezione di Einaudi». Quale? «“Solo unita l’Europa può sopravvivere”. I giovani ormai condividono i valori europei: ritengono prioritarie la libertà di pensiero, di espressione, di informazione. Hanno a cuore il rispetto dei diritti umani. Temi forse lontani dal linguaggio della politica, ma centrali per loro». Eppure si informano quasi solo su social e tv. È sufficiente a creare quella opinione pubblica su cui, secondo l’economista di Carrù e secondo Capo dello Stato della storia repubblicana, si fonda la democrazia?«Guardi, i ragazzi leggono poco i giornali ma sanno tutto: arrivano alle notizie da altri canali». I social network sono il luna park delle fake news, non trova? «Serve attenzione, certo. Bisogna aiutarli a distinguere il vero dal falso, non demonizzare i mezzi». Che agenda politica indicano i ragazzi?«Un’agenda europea. Vogliono un’Europa unita, spazio di libertà, diritti e lavoro. Immigrazione e criminalità sono considerate le sfide più difficili, seguite da pace e libertà». Come si spiega allora il distacco dalla politica? «Forse c’è più fiducia nella politica europea che in quella nazionale. La percepiscono come più alta, più nobile, meno meschina. È un desiderio di politica, non un rifiuto. Già oggi i ragazzi vedono che le decisioni fondamentali sono prese a Bruxelles». Che giudizio emerge dalla vostra ricerca sull’Europa? «In chiaroscuro. I ragazzi la vedono come un progetto imperfetto ma necessario. Una canzone scritta da studenti dell’Istituto Nobili di Reggio Emilia lo dice bene: “Europa sei grande ma piena di difetti… chiudi le porte, ma apri i salotti, salvi le banche, ma affoghi i barconi… ma speranza c’è, noi crediamo in te”. È un’Europa criticata ma non rinnegata». Oggi però si parla di dazi e protezionismi: non rischiano di comprimere la libertà economica che Einaudi riteneva essenziale per la libertà politica? «I dazi incidono sui rapporti con gli Stati Uniti. Io sono tra coloro che li giudicano tutto sommato sopportabili, anche se frenano la crescita e gli scambi». Bruxelles però ha mostrato poca forza negoziale, non crede? «È vero, ma in quel momento la priorità era ridurre l’incertezza. Ci sono riusciti, ma molto resta da fare». Dalla ricerca emerge anche una scarsa partecipazione organizzata dei giovani, accompagnata da una loro forte coscienza civica. Come interpreta la contraddizione?«È la vittoria dell’individualismo sul partecipazionismo. Le forme collettive – sindacati, partiti – non vivono un gran momento. I ragazzi preferiscono l’impegno personale, diretto, non mediato». Cosa sognano i nostri ragazzi per il futuro?«Il lavoro, anzitutto. Un lavoro che rispecchi passioni e aspirazioni. Dopo arrivano il benessere e la felicità personali». Guardando avanti, come avvicinare le nuove generazioni all’Europa come spazio di cittadinanza? «Servirebbe una politica più ricca di immaginazione, capace di indicare rotte. Ma l’Europa, per i giovani, resta centrale: un sogno possibile, come la vedeva Einaudi».