Con l' ottimismo della volontà, Ivan Graziani non ha mai smesso di credere nella musica. Di più, di credere che la tradizione della canzone italiana potesse infine piegarsi agli accenti barbari del rock. Non che disdegnasse la dolcezza della melodia, tutt'altro, ma la sua anima rimaneva quella di un rocchettaro che con voce e chitarra elettrica deve far muovere cuore e muscoli alla gente. Gli piaceva sciogliersi sul ritmo, sorprendere il pubblico, fosse anche quello televisivo o addirittura sanremese, con gesti bizzarri e colpi di rock.
In tanti anni nel mondo della canzone, al termine gavetta aveva dato una qualità nobile, esaltando il paziente artigianato di chi costruisce canzone dopo canzone, e il successo non gli viene mai accordato a buon mercato. Si esaltava lavorando con gli altri e i migiori ricordi li ha lasciati all'epoca del Cenacolo, un luogo creato alla fine degli anni Settanta dalla Rca allo scopo di far incontrare e lavorare liberamente diversi autori.
Era l'epoca dei 'Q Concert' con Ron e Goran Kuzminac. Ma a lui niente fortuna, nessuno dei clamorosi balzi che hanno portato molti dei suoi compagni generazionali in quell'olimpo dorato che permette sguardi lontani e carisma poetico.Lui di regali ne ha avuti pochi, e il successo che ha avuto se l'è conquistato pezzo per pezzo, faticando come un matto. Del resto veniva dall' Abruzzo, da una periferia che alla canzone ha dato ben poco, e anche questo sembrava un ostacolo da superare, anche se proprio dalla provincia traeva le più interessanti combinazioni delle sue canzoni. Erano storie semplici, spesso ispirate a una sorta di perversa cronaca della normalità di tutti i giorni.






