Caro direttore, in corteo ho visto una signora con una bandiera palestinese cucita a mano con pezzi della tovaglia: “L’ha fatta mia mamma”. I bambini di una scuola elementare cantare: “Siamo il grido altissimo e feroce di tutti quei bambini che più non hanno voce”. Un ebreo con la kefiah. Una ragazza trasformare una lingua morta in una viva: “Cogito, ergo Sumud”, aveva scritto sul cartello. Sumud, la parola intraducibile per dire del resistere con perseveranza dei palestinesi, del ricostruire le case che i bulldozer dei coloni israeliani tirano giù. Ho visto cartelli scritti sul retro della scatola dei cornflakes, striscioni di ogni città con i suoi abitanti al seguito: Salerno per Gaza, La Sabina per la Palestina: “Mamma, ma Lecco non è lontanissima?”. “Sì”.
Famiglie in pullman per ore, in marcia per ore, bambini in braccio, nonne scortate dai nipoti per stare dove bisognava stare: al fianco di chi non tollera che non si faccia niente per fermare il genocidio. Pigiati stretti, con chi come te non accetta di fare come se niente fosse mentre le bombe e la fame uccidono e chi sgancia quelle bombe spaccia lo sterminio per legittima difesa, sostiene che la distruzione di ogni ospedale e casa sia una necessità, che sparare ai civili in fila per il pane serva a garantire l’ordine, che bloccare le navi cariche di aiuti umanitari serva a far rispettare la legge. Che balle! Che scandalo! Come osano? Perché nessuno li ferma? Come non infuriarsi? Dove altro stare se non qui?







