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La Repubblica ha fornito la prova, da bravo organo della sinistra, che i progressisti guardano allo strazio in Terra Santa come pretesto per vantarsi davanti al mondo del proprio ombelico

Ero deciso a commemorare la Flotilla (che si legge Flottiglia come in italiano, ma scritta così fa tanto nonna del Corsaro nero o Che Guevara) con un minuto di silenzio eterno, chiusa lì. La partita per la pace - almeno provvisoria, con la fine delle sofferenze del popolo palestinese di Gaza e dei superstiti ostaggi ebrei di Hamas - si è giocata infatti da tutt'altra parte rispetto alla rotta dei pro Pal, e ha virato verso il bello. Nulla di sicuro, sia chiaro: la storia ci ha abituato ai «quasi gol», minacciati dalla presunzione degli idioti che restringono il mondo alla propria azione eroica, beninteso pretendendo il materasso per cadere sul morbido. La notizia, secondo le banali norme del giornalismo, sarebbe, più che il dolorino artritico dei «flottiglieros» esposti all'umidità, il «ci sto» di Hamas alla proposta di Trump, proprio il tizio dato per pazzo criminale, che in questo modo è andato (quasi) a dama, creando un'occasione per la vittoria del bene, o almeno al prevalere del minor male che di questi tempi è da bersi come oro colato. L'avrei finita qui, con queste parole di attesa. Poi però i fatti della nostra Italietta sono alquanto testardi, persino più di me. E mi costringono ad abbandonare il proponimento di tacere.