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In meno di un anno, mentre si allenavano, sono morti tre giovani sciatori italiani. Matilde Lorenzi in Val Senales, in Trentino-Alto Adige; Marco Degli Uomini sul Monte Zoncolan, in Friuli; infine, Matteo Franzoso è morto lo scorso settembre a La Parva, in Cile. Proprio la morte di quest’ultimo ha creato agitazione tra gli addetti ai lavori come poche altre volte in precedenza, rianimando il dibattito sulla sicurezza nel mondo dello sci alpino.

Adrien Théaux, uno degli sciatori più esperti in attività, si stava allenando a La Parva quando Franzoso è caduto, superando due file di barriere protettive e sbattendo la testa contro una staccionata «posizionata 6-7 metri fuori dal tracciato», secondo la FISI, la Federazione italiana che regola sci alpino e diversi altri sport invernali. Dopo l’incidente Théaux ha scritto: «Quante tragiche morti dovremo sopportare prima di aprire finalmente un dibattito sul tema della sicurezza, in particolare durante gli allenamenti?».

È un discorso complesso, che ha come protagonisti chi lo sport lo pratica, sciatori e sciatrici professioniste, e poi tutto ciò che c’è attorno, dalle aziende produttrici di materiali a chi organizza le gare e gli allenamenti. Di sicurezza sugli sci non si parla solo in Italia, a causa di altri incidenti mortali recenti, come quello della francese Margot Simond. Il suo connazionale Alexis Pinturault, tra i migliori sciatori degli ultimi anni, ha detto una cosa condivisa da tanti suoi colleghi: «Le parole “fatalità” e “disgrazia” non sono presenti nel vocabolario di un professionista. Non si può andare a sciare e non tornare più a casa».