“La tecnologia non è solo tecnologia. A volte è un’arma, così come può esserlo l’intelligenza artificiale o il cloud", ci racconta Omar Barghouti. Per boicottare Israele "è tempo di metterlo per iscritto e assicurarsi che siano considerati anche tecnologie militari”. Le cosiddette tecnologie dual-use. Come ingegnere elettrico ed esperto in telecomunicazioni, Barghouti insiste su questo punto. Nel ventesimo anniversario dalla nascita del movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), Wired lo ha incontrato per capire come la tecnologia ha influenzato e sta influenzando le sue strategie. Se in meglio o in peggio, dipende in definitiva da chi le crea e, soprattutto, chi e come le usa. Infatti il Bds, oltre a tenere il passo con l’innovazione, non ha mai smesso di coltivare relazioni trasversali e internazionali, con alcune rigide eccezioni. “Non parliamo con i fascisti”, spiega Barghouti quando gli si chiede se ha rapporti o dialogo aperto con rappresentanti del governo italiano. Non con loro.Tecnologie letali da testareUna relazione tra Bds e tecnologia esiste. E ha i suoi alti e bassi. L’intelligenza artificiale stessa non è da condannare, ma secondo Omar Barghouti, “dovrebbe essere reso noto che aziende come Microsoft, Google, Amazon, Palantir e molte altre stanno ‘testando’ le loro armi tecnologiche in Israele, contro i palestinesi. E nel farlo, stanno investendo nel genocidio”. La distruzione della Striscia di Gaza rappresenta “il primo caso di questa tecnologia usata per commettere genocidio”, aggiunge, sottolineando l’urgente necessità di “fare pressione sui paesi perché lo riconoscano e agiscano di conseguenza”.Durante i primi 20 anni di Bds, ha visto di persona come la tecnologia in generale ha sempre giocato un ruolo fondamentale nel regime oppressivo di Israele. “Dagli anni Novanta, si è posizionato come centro per tecnologie letali, per sicurezza e spionaggio – spiega – ed è riuscito a diventarlo grazie ai finanziamenti e alla ricerca degli Stati Uniti e dell’Europa”. Parla di centinaia e centinaia di milioni di dollari investiti in totale dai due blocchi, con l’idea di usare Israele come centro “per progettare e testare tecnologie militari lontano e più facilmente, usando i palestinesi come cavie”.Barghouti non distingue tra Unione europea e Stati Uniti in questo frangente, non risparmia nessuno e si concentra invece molto sull’ipocrisia della prima e sui soldi che ha investito in progetti di ricerca in collaborazione con università israeliane attraverso il programma Horizon. “Ricevono molto più denaro degli stessi paesi europei, molti accademici non lo sanno nemmeno. È tempo di dirlo chiaramente e fermare questo finanziamento del genocidio”.Tecnologia buone per includereMentre Barghouti considera le tecnologie dual-use sviluppate o testate da Israele come un’arma vera e propria, riconosce altrettanto pienamente il valore sociale di altre tecnologie. Ricordando con un sorriso amaro che nella lotta contro l’apartheid sudafricano non esistevano email, internet e social network, “la digitalizzazione ci ha reso la vita molto più facile”, ammette. Inoltre, specialmente negli anni recenti, la tecnologia ha permesso al movimento Bds di crescere rapidamente e globalmente, rendendolo ancora più inclusivo e trasversale di quando iniziò nel 2005. “Dal primo giorno, ci siamo opposti a tutti i tipi di discriminazione e razzismo. Siamo nati come movimento non violento, inclusivo, basato sui diritti umani, e questa natura intersezionale è sempre più forte – afferma – anche perché molti dei movimenti di oggi si concentrano sulla Palestina”. Cita anche alleanze con attiviste e attivisti climatici e contro la discriminazione di genere. È convinto che sia stato raggiunto il punto di svolta, la soglia critica oltre la quale ogni piccolo cambiamento può scatenarne uno gigantesco.E dopo la Palestina, Bds non si fermaAnche se davvero ne bastasse uno piccolo, Omar Barghouti sa bene che “non possiamo aspettare che succeda per caso: dobbiamo applicare pressione, escludendo Israele dal basso”, spiega, chiamando tutti coloro che sono consapevoli di quello che sta succedendo a fare una scelta. Gli accademici, per esempio, potrebbero “decidere di non partecipare a progetti di ricerca con università israeliane, eliminandole dai giochi”. Le stesse università palestinesi giocano anche un ruolo fondamentale in questo senso, con i club Bds creati dal movimento che servono come importanti centri per attività sul campo che fanno pressione sulle università perché non firmino contratti con qualsiasi azienda o istituzione complice del genocidio. “Questi gruppi di studenti attivisti palestinesi sono anche importanti punti di riferimento per la loro capacità di parlare al mondo”.In altri stili e modi, è ugualmente importante che lo facciano anche gli artisti. Alcuni lo stanno facendo da tempo, ma “ora abbiamo raggiunto un livello senza precedenti di boicottaggio culturale”, dice Barghouti. Cita l’impegno a boicottare Israele attraverso l’industria cinematografica firmato da oltre 4.500 artiste e artisti del cinema, incluse molte star di Hollywood. E poi l’appoggio al boicottaggio culturale di Israele da parte di oltre 7.000 scrittirici, scrittori ed editori, ma anche da decine di migliaia di personaggi che stanno sensibilizzando i loro fan, facendoli iniziare a chiedersi quali aziende e realtà sono complici nelle gravi violazioni dei diritti umani di Israele.Il caso finlandeseUn’iniziativa recente che lo ha colpito è stata quella della Finlandia, dove persino musei, festival, tra molte altre grandi istituzioni culturali, sono stati tra quelli che si sono uniti alla campagna Bds “Zona libera dall’apartheid”, assicurando di evitare contratti e accordi con istituzioni o corporazioni complici del genocidio di Israele o del suo “regime di apartheid sottostante, che dura da 77 anni”.“È un passo piccolo ma inaspettato, che potrebbe ispirarne altri”, commenta Barghouti, che poi guarda all’Italia e allo sciopero nazionale del 22 settembre in sostegno del popolo palestinese. “Questo sciopero nazionale è senza precedenti a livello globale. È davvero d'ispirazione. Spero che sia solo una prima volta che servirà da esempio per altri paesi, ma non è ancora abbastanza per l’Italia: il prossimo passo dovrebbe essere terminare ogni complicità nel genocidio. Embargo militare, embargo completo, inclusi gli articoli dual-use [militari-civili, ndr] e il transito di rifornimenti militari verso Israele attraverso i porti italiani. Anche il mondo della ricerca deve prendere posizione”.Dato che, secondo Omar Barghouti, molti politici al potere “sono in una bolla corrotta e fascista”, e molti altri “hanno bisogno di educazione”, l’unica opzione è concentrarsi su accademici, cittadini e attori della società civile che hanno raggiunto il punto di svolta e devono intensificare la pressione sui policymaker per terminare la complicità. Guardando indietro allo sciopero italiano del 22 settembre così "è come appare una solidarietà significativa, e dà ai palestinesi vera speranza”, conclude.
Abbiamo incontrato il leader del movimento che chiede di boicottare Israele per fermare la guerra
Il fondatore del movimento Bds Omar Barghouti, di passaggio in Italia, ci ha parlato di tecnologie che sono anche militari spesso testate contro i palestinesi. Ma anche di quelle che aiutano gli attivisti, unendoli sempre di più









