Maurizio Ferrera ha ricordato (Corriere della Sera, primo settembre) che «l’invecchiamento della popolazione, la stagnazione secolare, gli effetti occupazionali delle transizioni energetica e tecnologica… erodono le basi demografiche ed economico-finanziarie dei sistemi di welfare dei Paesi europei. La situazione è ancor più grave per quegli Stati che — come l’Italia — sono gravati da un ingente debito pubblico, risultato di una elevata evasione fiscale e contributiva; da insufficienti investimenti in istruzione e ricerca (cui l’Italia destina solo il 3,9% del Pil, spesa inferiore alla media europea e superiore solo a quella di Grecia, Portogallo, Ungheria, e Slovenia); e da una spesa sanitaria del 6,3% del Pil, anch’essa inferiore alla media europea e lontana da quelle di Germania, UK, Francia e Spagna che variano tra il 10,1 e il 7,2 del Pil. Ve n’è abbastanza per concludere che solo una maggiore spesa pubblica può portare risposta a questa situazione destinata altrimenti a penalizzare profondamente il futuro degli italiani.
Maggiore spesa pubblica non deve però significare necessariamente maggiore pressione fiscale, quest’ultima avendo già raggiunto con l’attuale governo il 43,1%. Basti, in proposito, considerare che l’Italia non ha un unico sistema fiscale, bensì per quanto riguarda l’imposizione sul reddito delle persone fisiche due sistemi con caratteristiche diverse e contrapposte. Al sistema di tassazione con aliquote progressive in proporzione al reddito imponibile di ciascun contribuente voluta dalla nostra Costituzione si contrappone infatti un sistema fondato su di una tassazione flat al 21-23% per le rendite immobiliari, al 26% per le rendite finanziarie, e al 5-15% per il lavoro autonomo a partita iva per redditi fino a 85.000 euro (che Salvini propone di elevare a 100.000 euro).






