Un lavoro pagato tra due e quattro euro a corsa. E spesso la metà scivola via, nelle mani sbagliate. Nelle pieghe del food delivery ha attecchito un sistema parallelo con un nome preciso: caporalato digitale. Non servono piazze o furgoni come nel modello tradizionale: bastano un account in affitto, un conto d’appoggio, una bici elettrica e, talvolta, un letto in un appartamento condiviso. Il pacchetto lo fornisce il caporale. In cambio pretende fino al 50% degli incassi giornalieri.
Il meccanismo è diffuso in tutta Italia, con particolare incidenza tra i 30mila rider di Glovo e Deliveroo (estranee agli illeciti): lavoratori formalmente autonomi, ma proprio per questo più vulnerabili alle dinamiche del caporalato. Una realtà che non coinvolge Just Eat, dove i fattorini sono stati inquadrati con contratti di lavoro subordinato.
Il caporale digitale
I carabinieri per la Tutela del lavoro stanno riempiendo verbali con le dichiarazioni dei rider (in particolare pakistani e bengalesi), tanto che si stanno aprendo molteplici procedimenti in diverse procure italiane, tra le quali Milano. Ma sempre più spesso l’apripista è il sindacato, la Cgil Nidil, che attraverso le sue strutture territoriali sta mappando uno scenario allarmante.






