Varia ed enigmatica: la definizione dell’arte di Paola Pivi (Milano, 1971) apre il suo sito ufficiale e dà subito l’idea di un’estetica multiforme, sorprendente, refrattaria a classificazioni e letture didascaliche. «Lo scopo di un’opera è quello di trasmettere istantaneamente un’ingente quantità di esperienze e di conoscenze», spiega. «Se il meccanismo funziona, lo spettatore emancipa la propria capacità di pensiero. Mai e poi mai direi a una persona che cosa deve provare o sentire davanti a un mio lavoro, oppure come interpretarlo».
Prima, dunque, stupore e coinvolgimento; poi, l’apertura di possibili sottintesi che si innescano come retro-pensieri. Grazie a questo meccanismo, sono molte le creazioni di Paola Pivi che sono riuscite a uscire dal novero degli appassionati e guadagnarsi l’attenzione del grande pubblico. Imponenti velivoli, ultimo dei quali A helicopter upside down, di recente esposto nella chiesa di San Carlo a Cremona, orsi colorati ricoperti di piume, tableaux vivants con gli animali protagonisti. «Non c’è una regola: utilizzo tutto ciò che è attraente – una pizza, un elicottero, la Statua della Libertà, un leopardo… Non penso ai miei soggetti come simboli, penso alla scultura». Un approccio diretto che contiene anche una componente iconoclasta. «Nel caso dei velivoli, ad esempio, entra in gioco la magia del volo, la volontà di creare uno sbalzo nella percezione. Ma c’è anche un’idea di sabotaggio. C’è stata da subito una matrice di ribellione alle cose atroci, schifose, violente che continuano ad accadere».








