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Una delle due sedi dell’ospedale universitario di Amsterdam è un gigantesco palazzone brutalista che tenta invano di nascondersi dietro a due filari di alberi; quando le facciate in cemento a vista furono erette nel 1980, era il più grande edificio d’Europa. Ci arrivo in metropolitana o in bici insieme a migliaia di altri dipendenti, tra cui medici, infermieri, amministrativi e ricercatori come me. Chi non ha bisogno di arrivare sul posto di lavoro attraversando il centro nelle piovose giornate olandesi sono gli algoritmi di intelligenza artificiale (AI) che lavorano a fianco dello staff ospedaliero.

A questo punto del racconto ci si può trovare davanti a un bivio: da una parte c’è chi si immagina un robot in camice bianco che batte il cinque allo specializzando con le occhiaie e gli dice «Anche oggi hai salvato una vita, Michael, sono fiero di te»; dall’altra c’è chi penserebbe subito alle macchine malvagie di Matrix o Terminator. La realtà è molto più prosaica: sono dei programmi per il computer.

A oggi nell’ospedale universitario di Amsterdam ce n’è una dozzina, attivi in vari reparti, e molti altri sono in costruzione o già in via di implementazione. Si occupano di attività disparate che possiamo raggruppare in due categorie: o fanno cose facili per gli umani ma molto più velocemente, o fanno cose che agli umani riescono difficili. Un esempio del primo tipo è una AI che scrive bozze di email per rispondere ai pazienti, un esempio del secondo caso è una AI che stima il livello di rischio per un paziente affetto da malattie cardiovascolari.