«Meglio parlare di persona. Ci vediamo alle sei». Entrare nella casa di Vittorio Sgarbi, nel cuore della Roma barocca, e trovarla vuota, silenziosa, priva dei visitatori e delle grida abituali, stringe il cuore. Lui arriva in salotto puntualissimo, anzi in anticipo, altra stranezza. Un po’ curvo. Smagrito. Non si siede sul divano, si lascia cadere. Capelli lunghi bianchi, barba di qualche giorno. Il lampo negli occhi, però, è sempre quello. Il sorriso breve e improvviso, pure.