Il 28 settembre, in un’intervista a NewsNation, il segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick ha dichiarato che l’amministrazione di Donald Trump sta esercitando pressioni su Taiwan affinché trasferisca rapidamente il 50 per cento della produzione di chip negli Stati Uniti, se vuole la garanzia di essere protetta nel caso di un'eventuale invasione cinese.Le mire americane sui chip di TaiwanLutnick ha ricordato che l’isola produce circa il 95 per cento dei semiconduttori utilizzati a livello globale per smartphone, automobili e le principali tecnologie di difesa. “Il 95 per cento dei nostri chip è prodotto a 9mila miglia di distanza”, ha detto, aggiungendo che nel frattempo la Cina minaccia apertamente di “prendersi Taiwan”.Secondo Lutnick, perdere l’accesso a questa catena di fornitura potrebbe rendere gli Stati Uniti più vulnerabili e colpire l'economia americana: “Come pensate di ottenere i chip per costruire i vostri droni, per realizzare le vostre attrezzature?”, ha chiesto.“Se non sei in grado di produrre i tuoi chip, come puoi difenderti?”, ha continuato il segretario al Commercio di Donald Trump, confermando che il suo obiettivo è portare la produzione statunitense di semiconduttori dal 2 al 40 per cento. Per riuscirci, Lutnick punta a trasferire negli Stati Uniti “l’intera catena di fornitura” di Taiwan, un progetto che secondo diversi esperti richiederebbe molto più di un singolo mandato presidenzialeNel 2023, l’amministratore delegato di Nvidia, Jensen Huang, ha stimato che gli Stati Uniti si trovassero “tra uno e due decenni dall’indipendenza” nel settore, sottolineando però che l'obiettivo “non è realmente praticabile prima di dieci o vent’anni”.Il sogno impossibile degli Stati UnitiLo stesso Lutnick ha riconosciuto che si tratterebbe di un'impresa “titanica”. “Tutti mi dicono che è impossibile”, ha ammesso.Prima di tutto, occorre convincere Taiwan che il piano non sarebbe un cattivo affare: per l’isola non è “naturale” immaginare una rinuncia al suo ruolo di fornitore globale di chip, oltre che alle storiche tutele garantite dagli alleati proprio a fronte di questo dominio.“Per Taiwan è naturale produrre il 95 per cento” dei chip globali, ha osservato Lutnick, ammettendo che "convincerli a scendere al 50 per cento significa perdere molto”. Allo stesso tempo però “Trump direbbe che non è sano né per voi né per noi, perché vi proteggiamo, e per continuare a proteggervi dovete aiutarci a raggiungere […] un’autosufficienza ragionevole”.Per chiudere l’accordo con Taipei, Lutnick ha fatto capire che gli Stati Uniti potrebbero offrire “una sorta di garanzia di sicurezza” per assicurare a Taiwan che spostare parte della catena di fornitura negli Stati Uniti non significherebbe perdere il cosiddetto “scudo di silicio”, cioè la protezione garantita dagli alleati occidentali in virtù dell'“enorme bisogno del loro silicio, dei loro chip”.Sempre secondo Lutnick, l’isola potrebbe contare sul fatto che gli Stati Uniti resterebbero “fondamentalmente dipendenti” da Taiwan, che continuerebbe a produrre l’altro 50 percento dei semiconduttori. Allo stesso tempo, se Washington arrivasse a controllare metà del mercato, avrebbe “i semiconduttori necessari al consumo americano”, riducendo così la dipendenza dal resto del mondo.Lutnick ha aggiunto che nel suo mandato si concentrerà anche sulla formazione dei lavoratori specializzati necessari per il successo dell’industria statunitense dei chip: “Sono convinto che i traguardi che raggiungeremo stupiranno tutti”, ha dichiarato.Il nodo TsmcLa Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), insieme al suo “enorme ecosistema di fornitori”, ha ricordato Bloomberg, produce e fornisce la grande maggioranza dei chip più avanzati al mondo.Qualche mese fa, Tsmc si è impegnata a investire 100 miliardi di dollari in impianti di produzione negli Stati Uniti, nel tentativo di andare incontro alle richieste di Trump. Tuttavia la produzione dei chip più sofisticati è rimasta a Taiwan, in parte perché l'azienda sostiene da anni che nel mercato americano non ci sia talento sufficiente. Persino nei suoi stabilimenti americani, Tsmc importa lavoratori stranieri, alimentando tensioni con il personale locale che accusa il colosso di indebolire i sindacati statunitensi.Questo articolo è apparso originariamente su Ars Technica.
Gli Stati Uniti ora lo dicono apertamente: vogliono prendersi metà della produzione di chip di Taiwan
Il segretario al Commercio americano ha detto di voler trasferire il 50% del settore in patria. E sembra disposto a mettere sul piatto la protezione dell'isola dalla Cina






