di
Greta Privitera
Majed al Ansari: «Dopo le scuse di Netanyahu, su richiesta degli Stati Uniti sono già riprese le trattative in cui abbiamo il ruolo di mediatori»
Era una condizione necessaria. L’aspettavano da 20 giorni, da quando un raid israeliano ha colpito un edificio nel quartiere Leqtaifiya, a Doha, dove si trovavano i vertici di Hamas riuniti per discutere una proposta di cessate il fuoco. Dallo Studio Ovale, Trump ha costretto l’amico Benjamin Netanyahu a chiamare Mohammed al Thani. «Scusami, non lo faremo più», gli ha detto al telefono il leader israeliano. Era il minimo per il primo ministro del Qatar, che dopo l’attacco aveva ritirato il Paese dal ruolo negoziale che ha sempre avuto nei colloqui tra Israele e Hamas. All’ottimismo scoppiettante di Trump che alla conferenza stampa con Netanyahu ha parlato di «giornata storica», segue quello «cauto» di Majed al Ansari, portavoce di Al Thani. Al Ansari di professione cammina in equilibrio tra mondi in fiamme, lo deve fare per rappresentare il Paese negoziatore per eccellenza nell’impresa più ardua di tutte: la fine del conflitto a Gaza.Come commenta la telefonata ad Al Thani?«Le scuse offerte al Qatar sono state un primo passo. La parte importante sono le rassicurazioni di sicurezza date dagli Stati Uniti e l’impegno di Israele a non attaccare nuovamente il nostro Paese. Le scuse, pur essendo simboliche, rappresentano un riconoscimento di colpa di Netanyahu, e quindi fanno parte dell’impegno a non colpirci più: per noi condizione fondamentale».Tornerete quindi ad avere un ruolo negoziale?«Dopo le rassicurazioni, su richiesta degli Stati Uniti, sono già riprese le trattative con noi come mediatore. Al Thani ieri sera si è seduto con l’ufficio politico di Hamas e il capo dell’intelligence egiziana, ha consegnato loro la proposta di pace».Dopo l’«ok» di Netanyahu, ora tocca ad Hamas esprimersi. Quale pensa sarà il punto più difficile da accettare?«In generale penso che il piano sia ragionevole. I dettagli sono tutto, certo, non so se posso indicare in questo momento un punto problematico, ma penso che offra una visione su come risolvere definitivamente la questione, fermare la guerra a Gaza, assicurare che non ci sia occupazione o annessione di parti della Palestina e allo stesso tempo far tornare tutti gli ostaggi».Hamas cederà il potere come richiesto?«Lo hanno detto i suoi funzionari anche nei giorni scorsi: la cessione del potere non è un ostacolo all’accordo. Dobbiamo credere alle loro parole. È sempre stato un punto delle proposte di pace precedenti, e non è mai stato un problema».Quanto il Qatar ha aiutato nella costruzione di questo piano?«Abbiamo lavorato a stretto contatto con l’amministrazione Trump fin dal primo giorno. Crediamo che il nostro impegno sia stato importante sia per affrontare le difficoltà della situazione sia per aiutare a comprenderla. È chiaro per gli Stati Uniti quali siano gli ostacoli alla pace mondiale».Trump ha ribadito l’idea di un organismo internazionale a capo della Striscia di Gaza (con Blair). Dalle prime dichiarazioni, per Hamas non pare accettabile.«Non parlo per conto di Hamas. Ma per quanto riguarda noi, abbiamo sempre specificato che tutti i Paesi della regione con i partner arabi ed europei sono pronti a sostenere Gaza, quando richiesto dal popolo palestinese e dalla sua leadership. Naturalmente offriremo ogni tipo di aiuto: sicurezza, salute, amministrazione e così via. La situazione nella Striscia è terribile, le persone hanno bisogno della generosità del mondo. Crediamo che sia necessario uno sforzo internazionale».Nella conferenza di ieri, più volte sono stati menzionati gli Accordi di Abramo e la pace nel Medio Oriente. Un sogno possibile?«L’Iniziativa di Pace Araba è sul tavolo da decenni. Gli israeliani, con Netanyahu e altri leader, hanno sempre scelto di non adottarla. In questi due anni, Netanyahu è diventato una minaccia attiva per tutta la regione. L’unica strada è il riconoscimento del popolo palestinese che deve ottenere i propri diritti, il proprio Stato, e vivere fianco a fianco con Israele. Ciò comporta integrazione e garanzia di sicurezza. Continuare a isolare e marginalizzare i palestinesi, occupare le loro terre, attaccare i Paesi vicini, non porterà sicurezza agli israeliani, ma solo caos all’intera regione. Tutti noi vogliamo un esito pacifico, ma si deve iniziare risolvendo la questione palestinese».













