A ottantatré anni, appena trenta di meno della storia del cinema, è una matassa di flashback, soprattutto d’area proibita, dietro le quinte. I primi che sbroglia sono due aneddoti da leggenda, entrambi su Marilyn Monroe, di cui non è stato solo l’invidiato partner in A qualcuno piace caldo nel ’59, ma, dieci anni prima, l’ancor più invidiato compagno, lui ventiquattro anni, lei ventuno, lui agli inizi di carriera, lei ancora sconosciuta, ma già unica, generosa Marilyn.
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«Siamo stati insieme sei-sette mesi, poi ciascuno è andato per la sua strada», ricorda Tony Curtis: «Era una ragazza stupenda, ne ero innamorato. Un momento magico della mia vita, è stato bellissimo anche rivederci, dieci anni dopo, e recitare insieme. Ma Marilyn era già diventata un’altra, piena di difficoltà nel suo lavoro, priva di autocontrollo. Anche in A qualcuno piace caldo, tendeva ormai a portare sé stessa nei suoi personaggi. E nella vita privata aveva la rara capacità di circondarsi di persone sbagliate, dall’influenza nefasta. Ero lontano da lei quando è morta. Sono sicuro che è stato un suicidio, non un omicidio: l’ultimo gesto del suo malessere, del suo mal di vivere. Nessuno ha ucciso Marilyn, è stata lei a farla finita».







