Per la procura di Ivrea quegli schiaffi e quelle botte costituivano maltrattamenti, tanto da chiedere una condanna a due anni. Per il tribunale no. E il reato è stato riqualificato in percosse. Venendo meno il vincolo della procedibilità — trattandosi di un reato perseguibile solo a querela — i giudici hanno assolto l’imputato. L’ex compagna, infatti, aveva ritirato più querele. La sentenza La sentenza nei confronti di un uomo di 27 anni è arrivata al termine di un’ora e mezza di camera di consiglio, davanti al collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge (a latere Lucrezia Natta ed Edoardo Scanavino). L’uomo, ora in carcere per tentato omicidio, è stato scagionato dalle accuse dell’ex compagna, dalla quale ha avuto un figlio. La violenza I fatti contestati sarebbero avvenuti a Venaria tra il 2021 e il 2022. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo si sarebbe reso protagonista anche di ripetuti danneggiamenti agli arredi dell’abitazione. In un caso, durante un litigio, avrebbe colpito la donna con uno schiaffo al volto, afferrandola per il collo e facendole sbattere la testa contro un muro, oltre ad insultarla. Un’altra volta avrebbe raggiunto l’ex nella casa dei suoceri. Era inoltre imputato per lesioni nei confronti della madre e della sorella, che avrebbero cercato di calmarlo durante una lite. Le accuse ritrattate All’udienza dell’11 luglio dello scorso anno, però, l’ex compagna aveva cambiato versione. In aula aveva dichiarato di essere stata lei a colpire per prima il compagno: «Era a letto, io sono andata e gli ho dato un pugno in faccia, per riprendere il mio telefonino e chiamare al lavoro. Dopo, lui mi ha spinto contro il muro e mi ha dato, forse sì, uno schiaffo. E comunque, a posteriori, ho capito che il graffio sul collo non lo aveva mai fatto lui, ma il lembo della camicia da notte che indossavo». La difesa Soddisfatto il legale dell’uomo, l’avvocato Edoardo Carmagnola: «È stata un’istruttoria complessa, ma sia il pm sia il collegio hanno avuto la capacità di analizzare nel dettaglio le prove». Aggiunge: «A dibattimento non c’era un solo elemento che potesse portare alla condanna del mio assistito, e sono orgoglioso che, in questo periodo storico, a parlare sia ancora (e solo) il diritto. Il mio assistito è sollevato per aver ottenuto giustizia dopo anni».