A poco più di un anno dalla ricorrenza, già si annunciano iniziative in tutto il mondo per celebrare il centenario della nascita di Dario Fo, grazie soprattutto all’attivissima Fondazione Fo-Rame, presieduta dalla nipote Mattea.

Ma chi è stato veramente Dario Fo? E in cosa è consistita davvero la sua grandezza, per altro indiscutibile? Non sembrino domande fuori luogo o irrispettose. Perché, al di là della popolarità planetaria di cui ha goduto e continua a godere, e che il conseguimento del premio Nobel per la Letteratura nel 1997 non ha fatto che accrescere ovviamente, ogni volta che tentiamo di fare i conti criticamente con Fo attore autore, e di trovargli un posto nella mappa del teatro italiano contemporaneo, ci scontriamo con grosse difficoltà.

Che il Fo performer sia del tutto estraneo all’attore-interprete del teatro di regia e dintorni appare così ovvio da non meritare troppe argomentazioni. Ma egli non può nemmeno essere considerato a pieno titolo un esponente della tradizione dell’”attore comico”, da Petrolini e Viviani a Eduardo, Totò e oltre, al di là delle evidenti congenialità. E ciò anche a causa della sua estraneità familiare al mondo dello spettacolo basso-popolare e per il carattere colto della sua formazione (Accademia di Brera e Facoltà di Architettura a Milano). Semmai, potremmo accreditarlo come uno dei casi di “contaminazione” comico-borghese che si producono a partire dal dopoguerra: accanto a quelli della canonica triade Bene-Cecchi-de Berardinis e di un altro eccentrico come Paolo Poli, o di fuoriclasse come Massimo Troisi e Roberto Benigni.