TOKYO. L’orizzonte cambia dopo quattro titoli mondiali consecutivi nei 200 metri e Noah Lyles, a 28 anni, sta all’incrocio in cui una carriera può diventare eredità. Solo tre atleti, lui compreso, hanno mantenuto il titolo sulla stessa distanza per quattro volte: Usain Bolt nei 200 metri e Michael Johnson nei 400. Lyles può diventare il primo a prendersi il quinto successo. A Tokyo che cosa è cambiato? «La prospettiva. Ci sono arrivato dopo una stagione complicatissima, volevo respirare dopo le fatiche olimpiche di Parigi e l’oro nei 100 metri, così ambizioso e così essenziale per me che non nasco specialista del puro sprint e che avevo comunque bisogno di quella corona per definirmi». E adesso come si vede? «Ho un sacco di energia nuova: i Mondiali di Tokyo non erano certo il mio primo rodeo, sono in giro da un po’ ma le sensazioni sono sempre le stesse. Invecchio, cambia tutto: il fisico, l’approccio, i sogni, i rivali e le necessità, ma non lo spirito con cui affronto una grande competizione. Ogni titolo potenzia quello precedente e mi fa sentire più vicino ai grandissimi». Quali grandissimi? «Quelli che hanno interpretato lo sport oltre la sfida e hanno lasciato un segno. Per me sono Michael Jordan, Ali e Tom Brady. Non mi paragono a loro, però a un certo punto hanno iniziato a giocare e combattere con motivazioni molto più grandi di un singolo trofeo o della fama. Vorrei fare lo stesso». Non ha citato Bolt. «Eccezionale, ma parlo di un’eredità complessiva, di un lascito oltre la pista. Con lui poi c’è un confronto sull’atletica. Non vedo l’ora di essere ai Mondiali di Pechino, fra due anni, per puntare al quinto titolo di fila sui 200 metri. Non ci è mai arrivato nessuno». Che effetto le ha fatto tornare sulla pista dove quattro anni fa ha capito di avere dei problemi, di essere depresso, prosciugato? «Sono tornato a Tokyo per scriverci altri ricordi e ho scoperto l’orgoglio per la strada affrontata. Mi sono concesso una lunga camminata, anomalo per uno sprinter... Nel 2021 potevo solo uscire dall’hotel e salire sul pullman, era tutto un immenso percorso obbligato e il peggio è che quella situazione, purtroppo comune al mondo, aderiva perfettamente alla mia testa». Visioni così buie? «Indipendentemente dalle regole anti Covid e dal bronzo in quei Giochi, era tutto forzato. Mi sentivo... intrappolato e non è stato semplice. Ho usato la terapia, i farmaci, mi sono concentrato sulla salute, sugli affetti. In questo Mondiale, nello stesso luogo dove ho guardato in faccia l’angoscia, mi sono sentito felice. Per me e per gli Usa che sono andati così bene: 16 ori, un record. Felice della sintonia con la gente che si è goduta uno show». Ai blocchi di partenza, lei si lancia in salti acrobatici, gesti spettacolari. Intimidisce gli avversari? «No, quando voglio mandare un messaggio ai rivali se ne accorgono benissimo: sono diretto. Di solito, cerco di creare una connessione con il pubblico: non si può dare solo l’illusione di una gara perfetta, anche perché di fatto non lo è mai, bisogna spendersi per avere indietro la partecipazione che serve. Chi mi accusa di sprecare forze non sa quanta me ne torna indietro così». I suoi 200 metri non sono praticamente perfetti? «Cambiano. Durante i 200 metri di Tokyo ho pensato quaranta cose diverse». Quaranta pensieri in 19 secondi e 52? «Faccio una breve simulazione: esco veloce, sette passi per capire, gli altri spingono ma non quanto credevo. Ok, ora aumentano, forse dovrò accelerare prima del previsto, invece no, li tengo, magari ci provano adesso, sì escono, però io ho ingranato per la seconda parte ed è quella in cui sono speciale. Li supero, ci sono, attento non crederti al riparo, insisti... E questa è la versione sintetica». Gout Gout, 17 anni, dichiarato il futuro dei 200 metri e paragonato a Bolt. Ha fatto esperienza in Giappone. Tra due anni sarà il suo avversario? «Gli manca il pezzo più difficile per quelli con un talento evidente come il suo. Crescere. E da qui ai Mondiali di Pechino, nel 2027, ci saranno tantissime persone che gli diranno come farlo. La risposta più ovvia sarebbe “ehi, sono un adolescente, lasciatemi stare”, eppure proprio i suoi cronometri gli hanno bruciato il tempo. Fino a Tokyo è stato la sorpresa, ormai gli tocca muoversi da professionista». Marcell Jacobs pensa al ritiro. «Sono questioni private e io non conosco la situazione. È stato il primo italiano a vincere i 100 metri alle Olimpiadi e un traguardo così ti butta addosso aspettative giganti, diventi il punto di riferimento di una nazione intera. Posso solo suggerirgli di vedere che succede se torna a gareggiare per sé. Ma ogni atleta si conosce abbastanza da sapere quando è il momento di smettere». Si è rifatto biondo perché la tinta le porta fortuna? «No. È una sorta di addio al celibato. La mia fidanzata Jounelle si è innamorata di me quando avevo i capelli cortissimi, per il matrimonio li ritaglio così e per un po’ niente acconciature strambe». L’anno prossimo nasce una nuova sfida globale, The Ultimate Championship. Lei, come oro Mondiale, avrebbe accesso diretto ma non ha ancora confermato la sua partecipazione. «Devo rifletterci. È un’opportunità, ma tra i miei progetti ci sarebbe anche quello di contribuire a creare una lega alternativa, magari a squadre. Devo capire che cosa ci riserva il futuro dello sprint che di sicuro ha un potenziale non ancora sfruttato».
Lyles, il re dei 200: “Dopo quattro ori non corro solo per vincere, voglio lasciare un’eredità”
Il fuoriclasse americano, simbolo dell’atletica, si racconta dopo i Mondiali di Tokyo: «Sulla strada di Jordan e Ali, oltre lo sport. Jacobs? Il ritiro è una q…







