Una donna di Gaza che tiene tra le braccia il suo bambino morto. Non era mai successo in quindici anni, ma stavolta il sangue, per giunta di una piccola vittima innocente, compare nell'immagine simbolo del Festival della Fotografia Etica di Lodi che dal 27 settembre mostrerà per un mese il lavoro del fotogiornalismo mondiale. "È una foto dura ma necessaria - spiega all'ANSA Alberto Prina, il direttore artistico -. Sui social siamo abituati a immagini di questo tipo, vederla in giro sui manifesti non è una cosa semplice ma siamo di fronte a una situazione gravissima. Ci siamo detti: Se non la mostriamo noi, chi lo farà?". L'autore dello scatto è Loay Ayyoub, freelance palestinese attualmente in Egitto. Non potrà essere presente perché non può lasciare il paese, ma di lui parleranno le dieci istantanee di 'The tragedy of Gaza', premiate nella categoria Short Story. Uno spazio importante sarà riservato anche ai tre anni di guerra in Ucraina con il resoconto crudo di Diego Fedele, premiato per la categoria Spotlight. Questa sedicesima edizione proporrà in vari luoghi della città oltre 20 mostre, quasi 150 fotografi da 40 Paesi e cinque continenti, e quasi un migliaio di immagini. Non è soltanto una celebrazione della fotografia, ma anche un'occasione collettiva di confronto, premettono gli organizzatori. "Attraverso le immagini - spiega Prina - si raccontano questioni sociali spesso dimenticate, che qui trovano spazio e voce. Il linguaggio visivo ha la capacità di scuotere le coscienze e generare dialogo, creando ponti tra culture diverse. Il pubblico non è solo spettatore, ma parte attiva di una riflessione più ampia che riguarda diritti, dignità, ambiente e memoria. È in questo intreccio tra arte e impegno civile che il Festival trova la sua vera forza e il suo senso più profondo". Quest'anno un capitolo particolare e delicato è dedicato alla Jugoslavia e ai 30 anni dal genocidio di Srebrenica. "È la prima mondiale di questo progetto fatta insieme alla Fondazione VII dei fotografi autori degli scatti, finiti all'epoca sulle copertine di tante riviste. Abbiamo voluto fare questo richiamo con l'attualità perché è uno dei genocidi riconosciuti a livello internazionale e collegare le guerre contemporanee con una visione storica e più prolungata dei conflitti". Tanti e molto diversi tra loro i temi su cui il Festival concentrerà l'attenzione. Il cuore pulsante resta il World Report Award - Documenting Humanity. Nella categoria Master spicca Federico Ríos con Paths of Desperate Hope, reportage che segue le sofferenze e le speranze di coloro che attraversano il Darién per tentare di raggiungere gli Stati Uniti. Menzione speciale per la fotografa romana Cinzia Canneri con Women's Bodies as Battlefields (I corpi delle donne come campi di battaglia), che racconta l'esodo e le violenze vissute dalle donne eritree e tigrine, inizialmente fuggite dalla dittatura eritrea e poi coinvolte nella guerra nel Tigray. Perchè venire al Festival di Lodi? "Se non vedi queste immagini qui, non le troverai da nessuna altra parte - osserva Prina -. Sono immagini così differenti, difficili e complesse. E poi perché si ha a disposizione un mese per scegliere che cosa approfondire e conoscere un intero mondo. Qui non ci sono i grandi reporter alla Salgado o Steve Steve McCurry, è il fotogiornalismo mondiale che in questo momento racconta la realtà. Rispetto a una mostra di fotografia in un festival si fa comunità, si incontrano i fotografi. Nei cinque fine settimana fino al 26 ottobre noi ne inviteremo più di venti". Anche quest'anno Lodi ospita l'unica tappa lombarda del World Press Photo, la mostra internazionale itinerante che da quasi 70 anni racconta il mondo attraverso la fotografia documentaria. L'edizione 2025 raccoglie oltre 150 scatti provenienti dai cinque continenti, firmati da autori che collaborano con prestigiose testate internazionali.
Il sangue di un bimbo di Gaza foto-simbolo del Festival di Lodi - Lombardia - Ansa.it
Dal 27 settembre mille scatti 'necessari' sul mondo che cambia (ANSA)







