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Paolo Condò

La super sfida di San Siro fra il Milan di Max e il Napoli di Antonio ripresenta il duello fra i due della panchina, opposti ma dal destino più volte incrociato

Negli ultimi giorni di maggio la vox populi raccontava di un imminente avvicendamento tra Antonio Conte e Massimiliano Allegri sulla panchina del Napoli, una ripetizione di quanto accadde nell’estate del 2014, quando Conte si dimise dalla Juventus e Allegri venne scelto come suo successore. Era un’indiscrezione fondata perché Aurelio De Laurentiis, in attesa che Antonio chiarisse le sue intenzioni, aveva bloccato Max: mica poteva farsi cogliere impreparato e sbagliare di nuovo allenatore, com’era successo in seguito all’addio di Spalletti. Ma nelle ore successive alla conquista del titolo la postura di Conte, dubbiosa fin lì, virò verso la permanenza, mentre dall’altro lato il Milan puntò con decisione su Allegri, fino ad annunciarlo. Le decisioni di quella settimana costituiscono la base del grande match in arrivo domenica, perché Milan-Napoli vale la zona altissima della classifica e il primo plus psicologico in palio quest’anno: chi vince prende tre punti e assesta tre schiaffi.

PersonalitàPur non essendosi realizzato, il solo fatto che l’avvicendamento fosse apparecchiato per ripetersi ci dice tanto del peso della personalità di questi due allenatori. Conte e Allegri hanno poco in comune dal punto di vista tecnico, quasi zero da quello caratteriale, e se passiamo alla sfera personale non potrebbero essere più distanti. Ma sanno farsi seguire: non da immateriali follower, ma da 25 atleti in maggioranza multimilionari, che fuori dallo spogliatoio vengono serviti e riveriti da schiere di agenti, social manager, guardaspalle e procuratori (non di contratti, di qualsiasi cosa), ma dentro le sacre mura parlano solo se quel signore — quel mister — li interroga. Perché ciò accada occorre una leadership fuori dalla norma.