di Lucio Aquilina

“Israele ha superato i limiti a Gaza.” Con questa frase, pronunciata con apparente gravità, Giorgia Meloni ha voluto segnalare una presa di distanza dalle azioni israeliane. Ma il linguaggio tradisce il pensiero: non c’è condanna, non c’è accusa, non si attribuisce responsabilità. È una formula anodina e reversibile, capace di significare tutto e il contrario di tutto. Dire “ha superato i limiti” consente di riconoscere che qualcosa è andato storto senza nominare ciò che è accaduto: crimini di guerra, violazioni della Convenzione di Ginevra, punizioni collettive, uso della fame come arma, occupazione militare e apartheid.

Il linguaggio così costruito neutralizza il conflitto trasformando la violenza coloniale in un problema di “misura” e normalizza l’ingiustizia suggerendo che esista una soglia entro la quale l’orrore sia tollerabile. Se esistono dei “limiti”, significa che fino a un punto — non definito — la distruzione era accettabile. Come se 20.000 morti civili fossero “entro i limiti” e 60.000 “oltre”.

Questa non è un’imprecisione retorica ma una scelta politica: il tentativo di conciliare lo sdegno dell’opinione pubblica con la volontà di non incrinare l’asse strategico con Israele e gli Stati Uniti.