Mentre l’Italia affronta una crisi infrastrutturale e gestionale degli aeroporti di proporzioni drammatiche, l’Enac sceglie di lanciarsi in un costoso esperimento di nicchia: la Regional Air Mobility (RAM), una rete di voli leggerissimi per unire i piccoli scali regionali. L’immagine del recente volo dimostrativo tra Fano e Roma Urbe, presentato come un trionfo di innovazione, rischia di essere l’ennesimo specchietto per le allodole, un progetto avulso dalle reali, gravissime emergenze della mobilità aerea nazionale.
L’Enac ignora che alcuni aeroporti sono saturi e hanno però i bilanci in rosso. Prima di sognare connessioni orizzontali tra Adriatico e Tirreno con velivoli da dieci posti, l’Enac dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Fatta di scali principali da Malpensa a Fiumicino, da Linate a Venezia – strangolati dalla saturazione e incapaci di gestire la domanda futura senza nuovi e facili ampliamenti mangia suolo. È un paradosso per un Paese turistico che la nostra infrastruttura di accoglienza volante è, in molti casi, da terzo mondo.
Il problema non è solo la capienza, ma soprattutto il modello di business. Quasi il 90% degli aeroporti italiani vive di traffico low cost, che detta legge sui costi di handling e affitti, lasciando gli aeroporti con margini risicatissimi o in perdita e condizioni di lavoro per gli addetti anche queste da terzo mondo. Invece di lavorare a un piano serio per riequilibrare il potere negoziale degli scali, attrarre vettori full-service e investire sull’ammodernamento degli hub strategici, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile preferisce tuffarsi in un’iniziativa che suona più come un gadget tecnologico che come una politica dei trasporti.






