“Se proprio devono rapirmi, spero che, almeno, sia un sequestro come quello di Juan Manuel Fangio a Cuba: Dopo un giorno era già libero, trattato in guanti bianchi, nessun riscatto pagato”: così Enzo Ferrari esorcizzava la paura dei rapimenti spiega Andrea Cordovani nel suo nuovo libro “Il mito da rapire” – Enzo Ferrari e l’ombra dei sequestri (Minerva editore, 224 pagine, 18 euro). Rapimento sventato Qui però si va oltre la storia di un rapimento sventato, di un piano criminale abortito a pochi passi dal barbiere di fiducia del Drake, in quella Modena che sembra sempre un presepe con il motore acceso. Qui c’è il ritratto di un’epoca, gli anni Settanta, in cui l’Italia era un Paese sospeso tra il rombo delle sue ambizioni e il terrore di un’ombra lunga: quella dei sequestri, delle pistole nascoste in tasca, delle vite vissute come se ogni giorno potesse essere l’ultimo senza catene. Un racconto vero Cordovani ci porta nella mattina del 25 ottobre 1975. È un sabato, e mentre Ferrari si fa la barba, ignaro, due banditi del Clan dei Marsigliesi sono a un passo dal trasformarlo nel “sequestro del secolo”. La polizia li ferma in corso Canalgrande, e il Drake, il Grande Vecchio, continua a specchiarsi tranquillo, con quel suo profilo da imperatore romano che ha fatto la storia della velocità. Ma non è solo questo episodio a fare del libro un romanzo-verità che cattura. È il modo in cui Cordovani scava nel cuore di un uomo che, pur essendo il simbolo di un’Italia vincente, delle Rosse che tornano a dominare la Formula 1, vive con il peso di un incubo: la possibilità di essere rapito, di diventare merce di scambio in un Paese che ha smesso di sentirsi al sicuro. Il ritratto del Drake Enzo Ferrari, in queste pagine è dipinto come un’icona costretta a blindarsi. La sua vita, raccontata con una precisione che sa di cronaca e un’intensità che sa di letteratura, diventa il riflesso di un’epoca in cui i benestanti – imprenditori, industriali, capitani d’industria – vivevano con una pistola in tasca, un autista armato, una guardia del corpo con un mitra tra i sedili. Non è un’esagerazione, non è un film: è la realtà di un’Italia in cui il successo aveva il sapore della paura. Il ritmo del thriller Il libro ha il pregio di non cedere mai alla tentazione dell’agiografia. Ferrari non è solo il mito di Maranello, l’uomo che ha fatto della Rossa un simbolo universale. È anche un essere umano fragile, schiacciato dal peso di un’epoca violenta, costretto a vivere in una fortezza invisibile. Cordovani, con un racconto che alterna il ritmo del thriller alla malinconia di un’elegia, ci consegna un Ferrari che è insieme intoccabile e vulnerabile, un paradosso che rende il libro tanto avvincente quanto commovente. E poi c’è l’Italia, quella degli anni di piombo, che emerge come un personaggio a sé. Un Paese dove il rombo delle Ferrari si mescolava al suono delle sirene, dove il trionfo in pista poteva essere interrotto da un colpo di pistola o da un piano criminale. V.B.