“Valeva la pena tentare” uscirà nelle librerie il prossimo 7 ottobre ma è già disponibile per il preordine sui principali store online. Quello che segue è un estratto dal primo capitolo, intitolato “Sulle spalle dei giganti”.

Nel 2008 Sam Altman, il futuro amministratore delegato di OpenAI, aveva ventitré anni e stava muovendo i primi passi da imprenditore. La sua prima startup, Loopt, sviluppava un’app di geolocalizzazione per dispositivi mobili: un’idea ancora nuova, in un mondo in cui gli smartphone cominciavano appena a cambiare le abitudini quotidiane. Apple quell’anno era pronta a lanciare l’App Store, e aveva selezionato Loopt tra le applicazioni da mostrare durante la WWDC. Sam Altman, il ragazzo che sognava di parlare alle macchine, avrebbe condiviso la scena con Steve Jobs.

Ma prima sarebbero servite due settimane di preparazione. Quindici giorni di lavoro e ansia compressa negli uffici dell’Apple campus. All’epoca era noto semplicemente come “Infinite Loop”. Il nome non richiamava soltanto l’indirizzo - 1 Infinite Loop, Cupertino, California - ma una dichiarazione d’intenti. Era il simbolo di una creatività che non conosceva sosta: idee che si rincorrono, si perfezionano, tornano da capo per migliorarsi ancora. Un ciclo continuo, autoreferenziale e instancabile, proprio come il perfezionismo di Jobs. Allo stesso modo, il team di ingegneri Apple che seguiva Altman pretendeva il meglio. Continuavano a dargli indicazioni. Dicevano: “Vogliamo che questo cambi, vogliamo che cambi anche quest’altro”.