“Non penso che Sam sia la persona che dovrebbe avere il dito sul pulsante“. Basterebbe questa frase, pronunciata nel 2019 da Ilya Sutskever — ex scienziato capo e co-fondatore di OpenAI — per inquadrare il livello di allarme che circonda l’uomo più potente della Silicon Valley. A pronunciarla non è stato un rivale invidioso, ma l’uomo che per anni è stato il suo braccio destro tecnico. In una monumentale inchiesta durata un anno e mezzo, firmata per il New Yorker dal Premio Pulitzer Ronan Farrow (già figura chiave del movimento #MeToo) e da Andrea Marantz, il volto rassicurante di Sam Altman viene sistematicamente smantellato. Attraverso 200 pagine di diari segreti, appunti privati e oltre cento interviste a ex colleghi, investitori e membri del consiglio di amministrazione, emerge il profilo di un leader inafferrabile, un manipolatore seriale descritto dai suoi stessi ex collaboratori come affetto da una “mancanza di preoccupazione quasi sociopatica per le conseguenze delle proprie bugie”.

La posta in gioco non è il successo di una startup, ma il controllo dell’Intelligenza Artificiale Generale (AGI). E le ricadute sono già tragicamente reali: OpenAI è attualmente indagata in sette cause legali per omicidio colposo (tra cui suicidi e un brutale omicidio familiare istigati dalle allucinazioni di ChatGPT) e i suoi sistemi sono già impiegati in teatri di guerra e operazioni militari coperte in tutto il mondo. La genesi della tentata defenestrazione di Altman, avvenuta nel novembre 2023 (e durata appena cinque giorni, prima del suo clamoroso reintegro), affonda le radici in un dossier segreto di 70 pagine compilato da Sutskever. Terrorizzato dalla prospettiva di affidare l’AGI a un uomo che “dice semplicemente alla gente quello che vuole sentirsi dire”, lo scienziato raccolse screenshot, messaggi Slack e documenti HR fotografati con il cellulare per eludere i controlli aziendali.