“Not made by Gordon”, non lo ha fatto Gordon. Questo il claim della campagna pubblicitaria di Burger King con protagonista lo chef Gordon Ramsay alle prese con un hamburger di wagyu che, come dice lo spot, non è stato ideato o preparato dallo chef. Nello spot, il pluripremiato chef inglese tenta di dare il suo contributo in cucina, ma viene snobbato. Fa il suo endorsement ma al contrario, con una iperbole paradossale: è lì per dire che non c’entra nulla con quel panino. Katie Evans, direttrice marketing di Burger King Uk, l’ha spiegato con questa battuta: "Stiamo celebrando il lancio del nostro hamburger più gourmet di sempre, il Wagyu. Così buono che penseresti che l'abbia preparato uno chef di fama mondiale, ma non è così."

Eppure negli occhi di chi guarda, il testimonial benedice e approva ciò a cui presta il volto e il nome. C’è qualcosa di stonato, quasi un cortocircuito, nel vedere un cuoco pluristellato, simbolo di creatività e ingredienti d’eccellenza, comparire in uno spot che celebra panini di una catena globale? Ormai non più. Così come accade nel mondo della moda, dove è prassi vedere direttori creativi di maison del lusso firmare collezione “capsule” per marchi fast fashion, anche il mondo del food si adegua. Del resto, sono passati più di vent’anni, era il 2004, da quando Karl Lagerfeld realizzò la sua capsule per H&M segnando un prima e un dopo nel mondo delle collaborazioni tra brand di moda. Un po’ come quando, era il 2011, Gualtiero Marchesi firmava, per McDonald’s Italia, due panini, l’Adagio e il Vivace, e un dessert, il Minuetto, dichiarando: "Se è vero che l'alta cucina ha determinato una rivoluzione del gusto a tavola, ora è tempo di portare questo cambiamento a tutti, partendo, ovviamente, dai più giovani".