Peccato. L’inchiesta milanese sulle politiche immobiliari della giunta Sala sta facendo parlare di tutto ma non della vera questione da affrontare: come soddisfare il bisogno di case a prezzi sostenibili. Prima di tutto per i poveri (passati da 4,8 milioni nel 2012 a 5,7 nel 2024). E poi per quella fascia di popolazione che fa funzionare le città — infermieri, insegnanti, conducenti dei bus, impiegati dell’anagrafe, eccetera — che non ha stipendi all’altezza delle richieste del mercato immobiliare.

Questi sono i nodi. Non solo a Milano ma in tutta Europa, per la verità. Non a caso von der Leyen ha inserito il dossier casa nel suo discorso sullo stato dell’Unione. In 15 anni in media in Europa c’è stato un aumento degli affitti del 18% e del 48% dei prezzi di acquisto. Quindici sindaci europei (tra cui i primi cittadini di Milano e Roma) stimano la necessità di 300 miliardi per un piano straordinario di housing sostenibile nelle loro città.

Mentre il bisogno aumenta, le esperienze degli ultimi 20 anni hanno reso evidenti le falle del sistema anche a chi tecnico non è.

La prima: da quando nel 1990 è stato cancellato il fondo GESCAL (acronimo per GEstione CAse Lavoratori) il patrimonio di Erp — edilizia residenziale pubblica, le case popolari — è in condizioni di crescente degrado, oltre a essere stato progressivamente eroso. In pratica, si è venduta parte degli alloggi per ristrutturare quelli che restavano, costruiti prima degli anni Ottanta, e fare quadrare i conti. Così le case popolari sono diminuite proprio mentre i poveri aumentavano.