C’è un esempio che a chi lavora sull’euro digitale piace citare, per far capire come potrà funzionare la versione “virtuale” della moneta unica. Immaginate di essere in treno. Il convoglio su cui viaggiate accumula ritardo. Guasti, cantieri, problemi ad altri treni, poco importa. Quel che conta è che l’orario di arrivo indicato sul biglietto non è quello in cui il treno entrerà in stazione. Vi spetta, pertanto, un rimborso. Per reclamarlo oggi dovreste compilare scartoffie, mandare email o fare richiesta via app, a seconda del servizio.Con l’euro digitale, invece, il rimborso scatterebbe in automatico. Perché l'acquisto del biglietto sarebbe vincolato a una serie di criteri, tra cui la puntualità del treno. Si paga quando si arriva in stazione. Importo pieno, se puntuale. Scontato, se in ritardo. È quello che nel mondo informatico si definisce uno smart contract, ossia un protocollo che all’avverarsi di una determinata situazione (il ritardo) fa scattare l’esecuzione del patto (il rimborso).Dal punto di vista tecnico, gli strumenti per farlo ci sono. Allora perché l’euro digitale non è già realtà? Perché sviluppare quella che in gergo finanziario si definisce una valuta digitale di banca centrale (Cbdc, central bank digital currency) richiede infrastrutture dedicate, regole chiare di mercato e accordi politici. E se su alcuni aspetti in Europa c’è maggiore consenso, su altri le posizioni di chi deve decidere sono ancora distanti.Gli snodi della vicendaUn autunno di sfideIl mondo delle valute digitali di banca centraleCome sarà l’euro digitaleCome useremo l’euro digitaleIl limite di usoIl braccio di ferro politicoMa chi paga?Infrastrutture di oggi e di domaniI primi testLe visioni sul futuroUn autunno di sfidePiero Cipollone, economista italiano che siede nel consiglio generale della Banca centrale europea (Bce), l’ente che dovrà emettere l’euro digitale, ha calcolato che per passare dalle parole ai fatti serviranno circa due anni e mezzo/tre dal momento in cui viene approvato il regolamento che introduce la valuta digitale. E siccome la stima più aggiornata è che quest’ultimo vada in porto a metà del 2026, significa che l’euro digitale non vedrà la luce prima della fine del 2028-inizio 2029.Le prossime settimane saranno decisive per capire se l’Europa riuscirà a rispettare i tempi. Da un lato, ci si aspetta che il relatore che ha in mano il dossier legislativo sull’euro digitale al Parlamento europeo, Fernando Navarrete Rojas del Partito popolare europeo (Epp) e che più fonti hanno confermato a Wired non essere un fan del progetto, consegni la bozza di regolamento. Dall’altro la Bce punta a chiudere la fase preparatoria dell’euro digitale e decidere come proseguire il lavoro.L’autunno sembra avere un significato speciale nella storia del progetto. Il 2 ottobre 2020 la Bce pubblica un rapporto in cui mette nero su bianco le ragioni che giustificano l’introduzione di una Cbdc. È la prima pietra del cantiere euro digitale. Qualcosa di cui, in verità, si parlava già da qualche anno nei corridoi delle più alte istituzioni finanziarie comunitarie. Almeno da quando bitcoin e altre criptovalute si erano dimostrate asset nati per restare e le loro tecnologie appetibili per organizzazioni interessate a prendersi un pezzetto del lavoro delle banche centrali. Quello di emettere valuta.Da allora la Bce ha accumulato mattoncini su mattoncini per realizzare il progetto. Nei mesi scorsi ha coinvolto 70 aziende per sperimentare alcune interfacce dell’euro digitale e per raccogliere stimoli su potenziali usi futuri. L’obiettivo è chiaro. Farsi trovare con una macchina pronta a partire quando scatterà il semaforo verde, come spiega a Wired Alessandro Agnoletti, manager di lungo corso nel mondo dei pagamenti oggi in forze alla direzione euro digitale della Bce: "La costruzione dell'euro digitale e l'iter legislativo continueranno a procedere in parallelo in modo tale che l'eurosistema, quindi la Bce e le banche centrali nazionali, possano trovarsi nella posizione di emettere prontamente un euro digitale una volta che la legislazione sarà in vigore".Nelle ultime due settimane Wired ha interpellato una decina di fonti, tra persone del mondo fintech, della politica e degli enti di regolazione (alcune hanno richiesto l’anonimato per poter contribuire), per fare uno stato avanzamento lavori della valuta digitale comunitaria, conoscere le prime applicazioni allo studio, i tempi con cui vedrà la luce e i principali ostacoli al suo lancio. Ecco cosa abbiamo scoperto.Il mondo delle valute digitali di banca centraleFacciamo un passo indietro. Di valute digitali di banche centrali, ossia la versione digitale della moneta con corso legale in un paese, emessa dall’autorità che si occupa di politica monetaria, se ne parla molto e da tempo, ma non è che ne circolino poi così tante nel mondo.L’Atlantic Council, un centro studi statunitense, conta finora tre emissioni: Jam-dex in Jamaica, sand dollari alle Bahamas e e-Naira in Nigeria. Ci sono poi 20 nazioni in fase di sviluppo (per esempio, Messico, Kyrgyzstan e Sri Lanka rispettivamente con peso digital, som digitale e Lanka Ray), 36 nazioni in fase di ricerca (dal Canada alla Bolivia) e 49 impegnate su progetti pilota. Che spaziano dallo yuan digitale cinese (il più grande esperimento di Cbdc al mondo, distribuito in 17 delle 34 province del Paese), con quasi un miliardo di dollari di transazioni concluse a giugno 2024, alla rupia digitale in India, in mano circa 6 milioni di cittadini.In totale 137 tra nazioni e unioni monetarie, che valgono pressappoco il 98% del prodotto interno lordo globale, stanno esplorando il ricorso a una valuta digitale di banca centrale. Quattro volte tanto quelle all’opera nel 2020. E la metà si può considerare in una fase avanzata. L’Unione europea e il suo euro digitale sono tra queste.Se hai informazioni confidenziali sull'euro digitale che vuoi condividere con la redazione di Wired, qui c'è un canale sicuroCome sarà l’euro digitalePer quanto accomunate dall’etichetta di Cbdc, queste valute non sono tutte uguali. L’euro digitale, per esempio, è stato progettato per essere una moneta digitale da mettere nello smartphone delle persone, per scambiarsi denaro o effettuare pagamenti quotidiani (dalla spesa a una multa) con la stessa omogeneità con cui usiamo l’euro in forma di moneta o banconota.Per intenderci, se oggi viaggio in uno dei 20 paesi dell’eurozona (quelli che hanno adottato l’euro), so che le mie banconote saranno accettate ovunque per comprare un panino o un biglietto dei mezzi pubblici. Anche quando paghiamo con la carta o con una app, tutto fila liscio, ma spesso il nostro denaro deve passare attraverso varie mani virtuali prima di approdare in quelle del cassiere. Sono i circuiti di pagamento, reti di società che regolano le transazioni.Nell’eurozona ce ne sono molti, ma solo sette paesi su venti ne hanno di nazionali, come l’italiana Bancomat. Nel 65% dei pagamenti elettronici, calcola la Bce, la gestione passa attraverso i due colossi del settore, Visa e Mastercard, entrambe aziende statunitensi. Così come nel caso dei pagamenti via app (che oggi rappresentano il 10% delle transazioni commerciali), dietro ai quali ci sono decine di infrastrutture.Attraverso l’euro digitale la Bce mira a riprendersi un pezzo di questo lavoro. "Noi come Eurosistema in generale sosteniamo un panorama di pagamenti che sia diversificato e competitivo - spiega Agnoletti -. Il nostro obiettivo ultimo è di garantire che il denaro di banca centrale rimanga sempre un'opzione, tanto per i pagamenti fisici che per quelli digitali, superando gli ostacoli che hanno portato all'attuale frammentazione del mercato dei pagamenti al dettaglio in Europa. Noi crediamo che le soluzioni del settore privato continueranno, e dovranno continuare, a far parte di questo panorama. Il nostro lavoro prevede la necessità di intermediari qualificati che permettano la distribuzione e l'utilizzo dell'euro digitale".Non solo. Già nel 2019 il Centro per la ricerca nella politica economica riconosceva come un euro digitale avrebbe ridotto la dipendenza dal dollaro per i pagamenti internazionali e coltivato un concorrente dalle spalle larghe nell'arena globale delle valute di riferimento.Come useremo l’euro digitaleAl momento c’è tanta teoria intorno alla futura moneta comune digitale, ma anni di test e di discussioni accese hanno iniziato a tracciare i contorni del progetto. Come spiega a Wired un imprenditore del settore, che da tempo bazzica intorno al dossier, chi distribuirà l’euro digitale dovrà garantire alcuni servizi basici per ogni cittadino. Assicurati a ciascuno e senza costi aggiuntivi.Tra questi, l’apertura del conto, la libertà di movimentazione, i pagamenti e le funzioni di waterfall e reverse waterfall (cascata e cascata inversa). Per spiegare cosa sono, occorre fare una premessa. Nel conto di euro digitale non potremo detenere una somma illimitata, ma un tetto fisso, stabilito per legge. Ipotizziamo sia 100 euro (poi diremo con esattezza su che cifre si ragiona). Se vogliamo pagare spesa al supermercato da 110 euro, il conto dovrà pescare in automatico i 10 mancanti dal conto “tradizionale”, senza costi per il titolare. Così come versare i 20 euro di surplus se, per esempio, riceviamo le quote singole dagli amici per un regalo e superiamo la soglia dei 100 euro.Le transazioni, anche se elettroniche, saranno regolate istantaneamente. Nel caso del commerciante che riceve il pagamento in euro digitale (il negozio, il bar, la piattaforma ecommerce), la valuta verrà immediatamente riversata sul conto tradizionale.“Perché è previsto un limite di detenzione all'euro digitale? - spiega Agnoletti -. Vogliamo garantire che l'euro digitale sia utilizzato come mezzo di pagamento piuttosto che come riserva di valore”. Ossia che le persone accumulino euro digitale nel portafoglio dedicato, “svuotando” il conto.Il limite di usoStabilire il tetto massimo è uno dei temi su cui chi lavora all’euro digitale si sta spaccando la testa. “Il nostro lavoro è focalizzato in particolare sulla metodologia per definire questo limite - dice Agnoletti -. Il nostro, che è un lavoro tecnico, si basa su tre obiettivi chiave delineati anche dall'articolo 15 della proposta di regolamento, che sono l'usabilità, la trasmissione della politica monetaria e la stabilità finanziaria”.Al di là delle considerazioni tecniche della Bce, il limite dovrà essere messo nero su bianco nel regolamento. Nel testo politico, insomma. Ed è qua che si sta combattendo una delle battaglie più agguerrite. Come spiega a Wired una fonte all’interno delle istituzioni bancarie, le banche spingono per un limite “basso e stabile nel tempo”, per capire come verrà utilizzato lo strumento dalle persone. Se non ci fosse un limite, le banche temono che si potrebbe verificare un esodo dai conti correnti, perciò invitano alla cautela, anche per sbloccare le più restie all’adozione della valuta digitale. Ossia le banche tedesche.Da tempo circola un’ipotesi che il limite si possa collocare tra 1.500 e 3.000 euro. Soglie che nessuno conferma a microfoni aperti e che trovano origine in paper scientifico di qualche anno fa. Sono numeri che si adattano a un uso da parte dei cittadini, meno da parte delle imprese, come riconosce Armando De Lucia, amministratore delegato del gruppo di innovazione digitale Crmpartners, tra le aziende italiane coinvolte dalla Bce nei test sull’euro digitale: “La progettazione è più adatta per la parte B2C che B2B”.In una riunione dell’Eurogruppo (che riunisce i ministri delle Finanze dei 27 paesi dell’Unione) del 19 settembre si è raggiunto un accordo politico sulla soglia. “Dopo molto lavoro, abbiamo trovato un ampio consenso e questo equilibrio è nel pieno rispetto del mandato e del contributo di ciascuna istituzione coinvolta nell’euro digitale”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, ministro irlandese delle Finanze. Il Sole 24 Ore cita un’intesa su soglie più alte, tra 5mila e 10mila euro, ma il verdetto finale lo darà il negoziato tra la bozza del Consiglio e quella dell’Europarlamento.Il braccio di ferro politicoDopo le elezioni del 2024, alla Camera comunitaria il dossier battezzato nel 2023 è finito in mano a Fernando Navarrete Rojas, politico spagnolo dell’Epp. Tutte le fonti consultate da Wired lo descrivono come fortemente contrario all’euro digitale. Secondo un parlamentare che ha scelto di parlare con Wired in via confidenziale, a fare pressione sul relatore è la frangia tedesca dentro l’Epp, la più pesante, a sua volta influenzata dai timori del suo sistema bancario. Tanto che il politico aveva sostenuto l’idea di un euro digitale privato, sviluppato da banche o altri enti, anziché emesso dalla Bce.Wired ha contattato Navarrete per un commento, senza ottenere risposta. Ad ogni modo, tutto l’arco di destra tentenna a Strasburgo, dai conservatori del gruppo Ecr alla destra dei Patrioti, mentre Socialisti e democratici, Sinistra, Verdi e il centro di Renew sono a favore. A livello geografico, invece, se la Germania frena, Francia, Spagna e Italia sono tra i paesi pro. La Banca d’Italia è tra le più attive nello sviluppo e nella divulgazione in merito all’euro digitale e Cipollone, ex via Nazionale, è subentrato al posto dell’attuale governatore della nostra banca centrale, Fabio Panetta, a sua volta impegnato sul dossier quand’era a Francoforte.Per traccheggiare Navarrete ha organizzato un ciclo di audizioni con autorità, come Bce e Commissioni, ed esponenti dell’industria finanziaria, ma ora è stato messo alle strette. Lo scenario geopolitico si è complicato con l’improvvisa liberalizzazione delle stablecoin, ossia le criptovalute ancorate al dollaro, da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. L’Unione europea teme di finire ancora una volta all’angolo nel ring dell’innovazione tecnologica. In questo caso, peraltro, toccandola sul sensibilissimo tema della sovranità finanziaria.Navarrete conta di presentare la sua bozza di regolamento entro il 24 ottobre, così da dare tempo fino a dicembre per gli emendamenti. In questo modo ci sarebbe una finestra utile per definire la cornice legislativa entro l’estate 2026.“Per noi l’euro digitale è una grande opportunità - commenta a Wired Pasquale Tridico, capo delegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo e relatore ombra del dossier sull’euro digitale -. Oggi i pagamenti digitali, che sono in netta crescita ovunque nel mondo, sono gestiti unicamente da provider extraeuropei e questo crea una grave perdita di signoraggio [i redditi derivanti dall’emissione di moneta, ndr] che potrebbe ammontare fino a 200 miliardi di euro l’anno”.Secondo l’ex presidente dell’Inps e oggi in corsa per la presidenza della Regione Calabria, “al Parlamento europeo ci sono forti resistenze all’approvazione di questo testo che nascono da una precisa volontà di alcune potenti lobby, ma noi rappresentanti dei cittadini dovremmo avere a cuore l’interesse generale e quindi auspico che questo stallo finisca quanto prima”. Il regolamento è un tassello fondamentale per far partire l’euro digitale, poiché contiene una serie di prescrizioni che serviranno a stabilire il rulebook, ossia il manuale di istruzioni tecniche della valuta, a cura della Bce.Ma chi paga?La Banca centrale è a buon punto. Come spiegano a Wired alcune fonti coinvolte nella scrittura del rulebook, la prima bozza del testo è di fatto pronta. Contiene indicazioni tecniche sugli standard da adottare, le infrastrutture, la gestione dei rischi e la prevenzione delle frodi. Fino a cose molto pratiche, come i secondi necessari a concludere una transazione.Finché non ci sarà l’intesa politica, però, il testo resta fermo. E in mano alla politica ci sono aspetti decisivi. Come i riferimenti al tetto di detenzione dell’euro digitale. O le formule per calcolare le commissioni che l’industria della finanza potrà applicare sui servizi aggiuntivi. Secondo quanto riferisce una fonte a conoscenza del dossier a Wired, l'idea è di tararla sulla fee più bassa oggi adottata nel mercato comune.La commissione di servizio scimmiotta quella in oggi dalle carte su ciascuna transazione ed è un costo che chi usa questi circuiti versa perché i gestori mantengano la rete, i servizi anti-frode e quelli anti-riciclaggio. La fee sarebbe finanziata con i soldi che Francoforte risparmierebbe dalla distribuzione del contante. Alle società che offrono servizi di pagamenti o circuiti questo dato interessa, perché rappresenta una delle fonti di incasso con cui fronteggiare i costi. Serve dunque ad ammorbidire le posizioni contrarie più oltranziste, ma anche ad assicurarsi che la valuta possa circolare attraverso tutti i sistemi di pagamento oggi presenti.Francia e Italia, a quanto apprende Wired da fonti qualificate, sono favorevoli all’introduzione, mentre la Spagna propone sei mesi a zero commissioni per incentivare l’uso dell’euro digitale e valutarne l’adozione e, solo al termine di questi stabilire, l’importo della fee, per evitare che diventi troppo onerosa e limiti la circolazione della moneta.Infrastrutture di oggi e di domaniL’euro digitale avrà una propria infrastruttura tecnologica di distribuzione. La Bce sta esplorando varie soluzioni. Che, peraltro, nulla c’entrano con i test su blockchain o altre tecnologie di registro distribuito, che invece hanno come oggetto la moneta di banca centrale wholesale. Piuttosto, nella progettazione dell’euro digitale, interessa capire come riutilizzare standard, infrastrutture e tecnologie esistenti, “per minimizzare i costi di implementazione, ma anche di gestione - chiosa Agnoletti -. Come tra l'altro è anche richiesto da un obbligo di best effort previsto dall'articolo 26 della proposta di regolamento dell'euro digitale”.Quindi qr code, sistemi nfc (near field connection), applicativi, tanto per fare alcuni esempi. È un risparmio economico, perché non bisogna ricostruire da zero la rete delle tecnologie di pagamento, e una semplificazione per i cittadini, che già sono pratici di questi strumenti. La Bce, inoltre, potrà contare su alcuni snodi dell’infrastruttura per gestire le transazioni.Questo processo comporta, per esempio, di dover chiamare al tavolo le big tech per allineare il loro sistemi operativi ai requisiti dell’euro digitale, proprio mentre quelle stesse aziende spingono perché gli utenti adoperino i loro sistemi di pagamento digitale. Se l’euro digitale vale per tutti, non ci potranno essere smartphone su cui gira e altri su cui non è supportato (come è stato, per esempio, per l’infrastruttura alla base del green pass).L’euro digitale dovrà funzionare in tutte le condizioni, anche offline. Persino durante un blackout come quello che il 28 aprile scorso ha messo ko Spagna e Portogallo. Proprio Cipollone ha ricordato che in quell’occasione “le spese con carta sono diminuite di oltre il 40%, l’ecommerce è sceso di più del 50% e i consumi complessivi in Spagna sono precipitati di un terzo in un solo giorno”.I primi testPer prepararsi a tutti questi scenari, a Francoforte si continuano a fare test. Nel 2023 sono state coinvolte cinque aziende per sperimentare i modelli di accettazione dei pagamenti, tra cui Nexi impegnata in una transazione in un punto vendita, Amazon in una via ecommerce e Worldline in una situazione senza connessione. Lo scorso ottobre la Bce ha selezionato 70 tra aziende, centri di ricerca e università per farsi suggerire alcuni casi d’uso e mettere alla prova alcuni applicativi sperimentali. Nel novero rientrano anche realtà italiane. Come la fintech Hype, che offre conti e app.La società ha fatto test su un pagamento condizionato. Nel caso specifico, il reso di un prodotto acquistato online dopo un ripensamento. Hype ha sperimentato l’inserimento nella sua app di un flusso che regolasse lo storno del pagamento e il recupero dell’importo nel caso di un pagamento con euro digitale. Anche altre aziende italiane hanno raccontato a Wired di test simili attraverso un sistema di interfaccia offerto dalla Bce. Nel complesso tutti i test sono andati a buon fine ed entro fine settembre la Banca conta di pubblicare un report con i risultati, di cui Wired è in grado di dare alcune anticipazioni.Queste sperimentazioni servono a stimolare una risposta alla domanda che solleva l’ad di Hype, Giuseppe Virgone: “Perché l’utente deve rinunciare alle carte di credito per spostare denaro su un euro digitale che funziona come una carta?” All’atto pratico, infatti, l’euro digitale assomiglia moltissimo a un circuito di pagamento. Comunitario, pubblico, distribuito in modo omogeneo in tutta l’eurozona, ma pur sempre un circuito di pagamento. Certo, sappiamo che una Cbdc è molto di più. È mezzo di scambio, è riserva di valore. Ma sappiamo anche che, almeno nell’immediato, il limiti al volume di euro digitale che si può detenere vanno proprio nella direzione di non trasferire troppo valore dai conti correnti “tradizionali”.Le visioni sul futuro“Dobbiamo inventare scenari”, raccomanda Virgone. La pensa così anche Valeria Portale, direttrice degli Osservatori su blockchain e pagamenti innovativi del Politecnico di Milano. L’ente è stato tra le realtà audite dalla Bce a maggio. “Non dobbiamo far fare all’euro digitale solo quello che oggi si fa con una carta, perché sarà la nostra moneta - incalza l’esperta -. Noi dobbiamo pensare a una moneta del futuro, a cosa ci permetterà di fare”.Tra i contributi sulla scrivania dei funzionari della Bce c’è anche una ricerca del centro studi su finanza e regolazione Baffi dell’università Bocconi di Milano. Leonardo De Rossi, docente di tecnologie digitali, spiega che il suo istituto ha condotto una ricerca di 6-7 mesi con un questionario rivolto a 17mila persone dei paesi dell’eurozona per capire se un euro digitale così fatto, verrebbe adottato. “La nostra ipotesi è che sia troppo vicino alle carte di credito tradizionali - spiega De Rossi -. Quindi abbiamo ipotizzato delle idee alternative”.A ciascun intervistato è stato sottoposto uno dei tre scenari ideati: l’euro digitale così come è stato pensato, un “digital cash” e un token più simile alle crypto. E analizzando i risultati, il preferito per l’adozione pare proprio essere l’ultimo. Quello che al momento, però, è escluso dal perimetro.La strada è ancora lunga e per far funzionare i motori, la Bce ha già investito parecchio. Dal 2022 ha messo sul piatto almeno 500 milioni di euro per contratti quadro relativi ai sistemi anti-frode, alle piattaforme di scambio delle informazioni e alla consulenza sul progetto. Entro ottobre conta di chiudere il decimo appalto per la connettività, che vale 162 milioni. A Francoforte vogliono portarsi avanti con il lavoro per quando arriverà il fischio di inizio. Prima c’è da convincere la politica a trovare un accordo, ma per De Rossi la strada verso l’euro digitale è segnata: “È più rischioso non farlo che farlo. Se non lo farà la Bce, ci penserà qualcun altro”.