Boss storici, di quelli che hanno scritto di proprio pugno la storia delle mafie e delle stragi, che tornano a comandare senza che decenni di detenzione ne abbiano minimamente intaccato potere, prestigio, patrimonio, capacità di intervento. E nuove e vecchie leve, che al vecchio capoclan si allineano per riprendere il controllo di tutto e soprattutto farlo vedere e sapere, dentro e fuori dalla galassia criminale. Eccola la fotografia scattata dall’ultima operazione del Ros dei carabinieri e del comando provinciale di Reggio Calabria, coordinata dall’aggiunto Stefano Musolino e dal procuratore capo Giuseppe Borrelli, che ha portato all’arresto di ventisei persone nella Piana di Gioia Tauro, incluso il superboss Pino Piromalli “Facciazza”.

L’hanno denominata “Res Tauro”, gioco di parole che sta a significare che Gioia Tauro, il suo porto – il più grande d’Italia per il transhipment – i suoi affari, le infrastrutture presenti e future ad esso collegate sono “res”, cosa di ‘ndrangheta, cosa dei Piromalli. E se qualcuno, tra arresti e processi che una decina d’anni fa hanno colpito duramente il clan, l’avesse dimenticato, allora val bene un’operazione di “restauro” con tanto di ritorno a vecchi metodi e regole. Se ne trovavano tracce nell’inchiesta Hybris che qualche anno fa ha ricostruito la storica riappacificazione con i Molé, per decenni storici alleati, diventati avversari da schiacciare quando hanno tentato di allargarsi troppo e per questo braccati fino a costringerli a sloggiare dalla Piana. Adesso quel processo di ripristino, anche visibile, dello strapotere dei Piromalli, viene interamente ricostruito.