Cattive notizie per il governo Meloni, che ha fatto della riduzione delle tasse un cavallo di battaglia e in vista della legge di Bilancio ha rispolverato lo slogan “tagliamo l’Irpef al ceto medio”. I numeri dell’Istat raccontano che il peso del fisco è salito lo scorso anno ai massimi dai tempi del Covid. Dalla revisione dei conti nazionali annuali per il biennio 2023-2024 emerge che, dopo due anni di calo, la pressione fiscale complessiva è balzata di oltre un punto, dal 41,2% dell’anno prima al 42,5% del Pil: il livello più alto dal 2020. Escludendo l’anno pandemico, che ha visto il prodotto interno crollare, per trovare un rapporto tra entrate fiscali e contributive e Pil nominale più alto bisogna tornare al 2015, con Matteo Renzi a Palazzo Chigi (42,9%).

La premier in primavera, di fronte alle prime stime che davano il dato addirittura al 42,6%, aveva provato a spiegare la crescita con il boom dell’occupazione: “Se un percettore di reddito di cittadinanza trova lavoro e paga le tasse, la pressione fiscale sale”, aveva detto. Ma i dati la smentiscono. L’Istat calcola infatti che l’aumento delle entrate fiscali e contributive (+5,8%) è stato molto più robusto rispetto alla crescita del Pil a prezzi correnti (+2,7%). In altre parole, il solo effetto occupazione non basta a giustificare il salto. Diversi economisti parlano piuttosto di un ritorno del “drenaggio fiscale”: con l’inflazione alta, gli aumenti nominali delle retribuzioni spingono i lavoratori in scaglioni Irpef più alti, facendo crescere il gettito senza un reale aumento del reddito disponibile. E il fenomeno si fa sentire nelle tasche dei contribuenti anche senza rinnovi del contratto che prevedano un aumento: se lo stipendio non sale o cresce meno dell’inflazione il potere d’acquisto diminuisce, quindi si è oggettivamente più “poveri”, mentre le tasse restano quelle di prima. Secondo Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, che ne hanno scritto in più occasioni su lavoce.info, tra il 2022 e il 2024 il cosiddetto fiscal drag è ammontato a ben 25 miliardi a carico di lavoratori dipendenti e pensionati. Un toccasana per le finanze pubbliche, che consente al governo di anticipare il rientro del deficit sotto il 3% scaricando il costo soprattutto sulla classe media.