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Con Modiano, bisogna tenere il libro ben saldo tra le mani. La pagina fisica è l'unico uncino cui possiamo agganciare il pensiero. La capacità di dilatare e rastremare il tempo e lo spazio, l'estetica della sfocatura, della vaghezza che lo ha reso uno scrittore sperimentale lontano anni luce dai cliché sperimentalisti, imbevuto di charme e apparizioni, si mostra in questo suo ultimo La ballerina (Einaudi, traduzione di Emmanuelle Caillat, pagg. 96, euro 16, splendida copertina à la Degas) al suo colmo. Il protagonista è Modiano, anche se non si può dire: scriveva, quando incontrò la ballerina la prima volta, e scrive oggi, ricordandola. O forse, non ricordandola: "Certi particolari rimangono abbastanza precisi. Bisognerebbe farne un elenco. Ma sarebbe molto difficile seguire l'ordine cronologico. Il tempo che ha offuscato i volti ha anche cancellato i punti di riferimento. Restano alcune tessere di un puzzle, separate le une dalle altre per sempre". La ballerina, tutti la chiamavano solo così, era la madre di Pierre, il bambino che lo scrittore era andato a prendere per riportarlo a casa, in una sera di novembre o dicembre.