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Ultimo aggiornamento: 7:50

di Marco Pozzi

Nella serie Netflix Olympo è difficile stimare con buona approssimazione quanto sia documentario e quanto finzione. E non in relazione alla Spagna in particolare, quanto a un contesto che probabilmente, con modalità diverse, potrebbe verificarsi in qualunque paese dei cinque continenti con istituzioni sportive calibrate all’eccellenza olimpica globale, e probabilmente per molti altri sport oltre all’atletica e al nuoto sincronizzato. I tratti dei personaggi saranno calcati dalla produzione per ottenere una serie avvincente ed estrema, per appassionare con attori gli utenti come atleti fanno verso i tifosi durante le competizioni. Ma qualcosa d’estremo, chiunque abbia fatto sport ad a livello agonistico, non necessariamente altissimi, sa che c’è, e alcuni meccanismi psicologici che Olympo porta all’eccesso, con filtri e controlli, con sfumature e personalismi, sono ben presenti nella realtà, fin dentro quel concime interiore sul quale gli atleti accrescono la motivazione ad allenarsi allo stremo e dedicarsi nel profondo a gesti che a molto appaiono un mero gioco.

E non è soltanto il doping, quanto quella vita estrema e radicale, monastica nella sua essenza di ritiro dal mondo, a cui gli sportivi si sottopongono, nelle varie discipline, per una coppa o una medaglia, per il riconoscimento, per l’autostima, più della gloria, che forse appare più fulgida a tifosi e professionisti, che dall’esterno misurano gli eventi con le statistiche e gli almanacchi.