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Università Campus Biomedico di Roma
La formazione medica è una sfida sempre aperta. Se ne è parlato al XXII Convegno annuale del Codau (Convegno dei Direttori generali delle Amministrazioni Universitarie) in corso a Milano. "Quello di oggi è un tema molto interessante, strategicamente fondamentale per gli atenei e per la società in generale", ha commentato Andrea Rossi, Ad e Dg dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. "Rispetto a quando mi sono laureato io, nel 1983, lo scenario è completamente cambiato", sottolinea il rettore dell'Università di Brescia Francesco Castelli. "È cambiato l'approccio medico-paziente, c'è una pervasività tecnologica che un tempo non c'era. E ancora: al medico si chiede di essere allo stesso tempo un professionista di sanità pubblica, un medico specialista, un ricercatore. La formazione deve tenere conto di tutto ciò". Di pari passo è completamente mutato lo scenario con cui si confrontano i professionisti sanitari: l'aumento dell'aspettativa di vita ha cambiato la distribuzione delle malattie, l'avanzamento tecnologico ha offerto nuove opzioni di diagnosi e cura ma anche reso più complesso maneggiarle. A questa complessità non sempre il sistema riesce a fornire una risposta soddisfacente. Bisogna comprendere "cosa si aspetta il servizio sanitario dal sistema universitario e dove l'università è troppo lenta a rispondere", sottolinea Sabina Nuti rettrice della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. "Il sistema sanitario ha oggi bisogno di tante competenze in più - penso alle discipline ingegneristiche, l'informatica, il management". Inoltre, "formiamo medici preparati molto bene dal punto di vista tecnico, ma con capacità non ancora sufficiente ad inserirsi in un sistema complesso e interagire con gli altri professionisti". Per ultimo, aggiunge Nuti, "la pandemia ci ha insegnato che il futuro è il territorio, mentre noi abbiamo una formazione concentrata sull'ospedale". Dello stesso avviso, Americo Cicchetti, commissario straordinario dell'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas). "Oggi la battaglia della salute si gioca sul territorio. È quindi evidente che abbiamo bisogno di personale assistenziale. Il gap principale, in questo momento è disporre di personale, soprattutto in ambito infermieristico", ha chiarito. "Siamo arrivati ad avere 5,3 medici ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 4,2. Nonostante ciò, si continua a dire che abbiamo pochi medici", ha precisato Cicchetti. In realtà, ha sottolineato, il problema è altrove: "Abbiamo un basso numero di infermieri rispetto alla media Ocse". La presenza di infermieri è bassa anche tra i docenti delle università: anche questa sarà una sfida che il sistema dovrà affrontare. Decisiva è la collaborazione tra i diversi attori del sistema formativo. "La collaborazione ci può consentire, per esempio, lavorando sull'interdisciplinarità, di costruire le competenze richieste dalla complessità in cui i futuri professionisti andranno a operare", dice Monica Otto, professore associato di Sda Bocconi. La collaborazione "tra sistema universitario e servizio sanitario nazionale diventa fondamentale per vincere le sfide". Per esempio, "un ambito che presenta notevoli margini di miglioramento è quello delle scuole di specializzazioni, dove la piena collaborazione tra università e Ssn dovrà essere sempre più forte", sottolinea Anna Odone, direttrice della Scuola di Formazione Specialistica in Igiene e Medicina Preventiva dell'Università di Pavia. Altro aspetto fondamentale è l'etica. "Oltre ai settori scientifici, oltre agli aspetti professionali, oltre al budget bisogna ricordarsi che la salute è empatia, è essere dalla parte del paziente", precisa Castelli. "Bene dunque la formazione, che sempre deve essere finalizzata a dare al paziente il miglior servizio possibile, nel massimo rispetto della persona e della vita", conclude Rossi.






