Con l’approvazione in Consiglio dei ministri dell’aliquota IVA ridotta al 5% per la cessione di opere d’arte da parte di soggetti diversi dall’autore o dai suoi eredi, l’Italia compie finalmente un passo tanto atteso quanto necessario.

È comprensibile e doveroso esprimere plauso per questa iniziativa, frutto di un lavoro istituzionale che corregge una distorsione storica. Ma, passato l’entusiasmo iniziale, sarà necessario valutare con realismo gli effetti della misura sul sistema, evitando l’illusione che da sola possa invertire la rotta.

La misura è giusta e tempestiva: il recepimento della direttiva europea 542/2022 ha aperto agli Stati membri la possibilità di armonizzare l’IVA su beni culturali e artistici, colmando un divario che penalizzava il nostro sistema. Secondo Nomisma, il provvedimento potrebbe generare fino a 1,5 miliardi di euro di fatturato aggiuntivo nel settore nei prossimi tre anni, evitando perdite potenzialmente disastrose – fino al 50% per le piccole gallerie – e creando ricadute positive per l’intero ecosistema artistico: restauratori, trasportatori, assicuratori, artigiani e, naturalmente, artisti e collezionisti.

Tuttavia, se la fiscalità è una leva fondamentale per stimolare il mercato, non può essere l’unica su cui contare. Ridurre l’IVA è un segnale importante, ma da solo non basta a rilanciare la posizione dell’Italia nello scacchiere internazionale del mercato dell’arte. Le distorsioni strutturali che da decenni frenano lo sviluppo del nostro sistema restano numerose e profonde.