Donald Trump fa una concessione importante alla Cina, ai danni di Taiwan. Xi Jinping contraccambia mostrandosi più duttile sul dossier TikTok. Sono alcune delle mosse che i due potrebbero compiere (oggi un colloquio telefonico fra i presidenti delle due superpotenze). In quella telefonata, fra l’altro, Xi potrebbe confermare l’invito ufficiale al presidente americano per una visita di Stato a Pechino.
Soprattutto, i due faranno il punto sullo stato di avanzamento della trattativa commerciale bilaterale. Nelle manovre preparatorie, prima della telefonata di oggi, sono stati mandati dei segnali interessanti.
Nella tregua fragile tra Washington e Pechino ciascuno dei due leader sembra aver segnalato qualche concessione. Secondo il Washington Post, Trump avrebbe rifiutato di approvare oltre 400 milioni di dollari in aiuti militari a Taiwan. La decisione, che potrebbe ancora essere revocata, rappresenta un’inversione di rotta nella politica statunitense nei confronti dell’isola autonoma che la Cina rivendica come proprio territorio (anche se è coerente con il comportamento di Trump in Ucraina: basta con gli aiuti, le forniture di armi vanno pagate). Le fonti anonime citate dal Washington Post hanno aggiunto che il pacchetto di armamenti sarebbe stato «più letale» rispetto ai precedenti aiuti concessi a Taiwan, includendo munizioni e droni autonomi. Se confermato, è il tipo di gesto distensivo che Pechino auspica. (Di segno opposto invece è il tentativo americano di recuperare dai Talebani l’accesso alla base aerea di Bagram in Afghanistan. Vi ha fatto accenno Trump a Londra nella sua conferenza stampa col premier Starmer. Tra le attrattive di quella base aerea, ha spiegato Trump, c’è il fatto che «si trova a un’ora di volo dal luogo dove la Cina fabbrica le sue armi nucleari»).APPROFONDISCI CON IL PODCASTSul dossier TikTok, dopo mesi di minacce, decreti e ricorsi, la Casa Bianca sembra aver trovato una via d’uscita. L’app, usata da oltre 170 milioni di americani, non verrà spenta. Resterà accessibile, ma sotto condizioni nuove: con azionisti statunitensi in posizione di controllo e con garanzie più stringenti sulla sicurezza dei dati. Trump lo ha detto: siamo «vicini a finalizzare» l’intesa. Da Pechino è arrivato un segnale nuovo: il governo cinese parla di un accordo «win-win». Non è poco, considerando che l’algoritmo di TikTok – il cuore tecnologico che ne determina il successo planetario – è sempre stato trattato da Pechino come un bene strategico, sottoposto a controlli sulle esportazioni come se fosse una tecnologia militare. Il compromesso prevedrebbe l’ingresso di un consorzio di grandi investitori americani, fra cui si citano Oracle, Silver Lake e Andreessen Horowitz. Saranno loro a prendere in mano le attività statunitensi di TikTok, mentre il gruppo cinese ByteDance manterrà una quota ma con poteri ridotti. Per rassicurare Washington, verranno create barriere più solide tra i dati degli utenti americani e la casa madre cinese, con server localizzati sul territorio Usa e audit indipendenti. Sono misure già sperimentate nel «Project Texas», il piano di sicurezza elaborato negli anni scorsi.Non è la prima volta che un presidente americano mette TikTok nel mirino. Già Trump, nel suo primo mandato, aveva tentato di forzare una vendita; Biden aveva proseguito su quella linea; il Congresso ha approvato la legge che obbliga ByteDance a cedere. La differenza oggi è che forse la Cina, dopo anni in cui alzava muri, avrebbe concesso un via libera condizionato. Resta un punto cruciale: l’algoritmo. Pechino non vuole cederne il controllo, al massimo concederlo in licenza. È il vero nodo che può ancora far saltare tutto. Per ora il divieto federale è congelato fino al 16 dicembre. È la finestra di tempo che Trump si è dato per chiudere il deal in modo «favorevole». In gioco non c’è solo il destino di una app di intrattenimento. C’è il principio della sovranità digitale: chi controlla i dati, chi gestisce gli algoritmi che influenzano il dibattito pubblico, chi decide quali piattaforme hanno diritto di cittadinanza in Occidente.Ammesso che si trovi un accordo, probabilmente è una tregua. Gli utenti continueranno a scorrere i loro video, quasi sempre ignari delle battaglie geopolitiche che si consumano dietro lo schermo. Ma quelle danze di pochi secondi che sono la specialità di TikTok sono già diventate un capitolo della nuova guerra fredda tecnologica. La vicenda TikTok ha assunto un peso enorme perché è il simbolo dello scontro più ampio tra Stati Uniti e Cina: chi controlla le tecnologie del futuro, chi stabilisce le regole del cyberspazio, chi detiene l’influenza culturale attraverso le piattaforme digitali. Per Washington la posta in gioco è duplice: proteggere i dati dei propri cittadini e impedire che Pechino disponga di un canale diretto per influenzare l’opinione pubblica americana. Per la Cina, invece, difendere ByteDance significa affermare che le sue aziende non possono essere trattate come paria globali solo perché sono cinesi.All’interno di questa disputa l’algoritmo è il cuore della battaglia. Non è solo codice informatico: è il meccanismo che decide cosa vediamo, cosa diventa virale, quali narrazioni vengono amplificate e quali invece restano nell’ombra. È lì che si concentra il potere di TikTok, ed è per questo che Pechino non vuole cederlo: controllare l’algoritmo equivale a controllare un’infrastruttura invisibile ma potentissima di influenza culturale e politica. Per gli Stati Uniti, lasciare che quell’algoritmo resti nelle mani cinesi significherebbe accettare un rischio permanente. È attorno a questa incognita che si gioca il futuro dell’accordo.










