Può un magistrato andare a dirigere l’ufficio giudiziario della città in cui il fratello, la cognata e la figlia esercitano la professione di avvocato? La questione ha occupato quasi un’ora di dibattito nell’ultima seduta del Consiglio superiore della magistratura, chiamato a scegliere il nuovo presidente del Tribunale di Bergamo. Il candidato era in realtà uno solo, proposto all’unanimità dalla Commissione per gli incarichi direttivi: l’attuale reggente Vito Di Vita, presidente vicario e capo della sezione gip/gup, ritenuto più titolato dello sfidante Roberto Spanò, giudice del Tribunale di Brescia titolare di importantissimi processi (tra cui quello sulla strage di piazza della Loggia). Di Vita è stato nominato a maggioranza dal plenum, ma nella delibera approvata – tra un elogio e l’altro alle sue qualità professionali – mancava ogni accenno all’elefante nella stanza: il suo rapporto di stretta parentela con gli avvocati dello studio Di Vita-Lenzini, nota boutique legale bergamasca con sede in via Garibaldi, a due passi dal palazzo di giustizia. Nello studio, specializzato in diritto civile e amministrativo, lavorano infatti quasi solo familiari del magistrato: in primis il fratello minore Antonio Di Vita e la cognata (moglie di lui) Elena Lenzini, ma anche la sorella di quest’ultima Claudia Lenzini (assessora alla Casa del Comune di Bergamo), nonché la figlia del giudice, Francesca Di Vita, e un altro giovane avvocato presumibilmente suo parente, Michele Di Vita. Infine, anche un altro figlio del neo-presidente, Federico, risulta iscritto all’albo degli avvocati di Bergamo, pur non facendo parte dello studio.