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L’Italia resta vigile, attenta a non trasformare una crisi internazionale in un danno per l’economia nazionale. Sul delicato dossier delle sanzioni europee contro Israele, il governo Meloni sceglie la linea della prudenza, del realismo e del dialogo. Nessuna indulgenza verso l’escalation militare, ma neppure automatismi ideologici o decisioni affrettate che rischierebbero di colpire le imprese italiane senza contribuire alla pace. La posizione di Palazzo Chigi si è andata definendo in queste ore. Durante la riunione del Coreper – il comitato degli ambasciatori permanenti presso l’Unione Europea – il rappresentante italiano ha ribadito l’adesione alla soluzione dei “due Stati” e l’apertura verso misure mirate contro soggetti responsabili di atti estremi, come coloni violenti o esponenti governativi radicali. Ma la linea resta ferma: le sanzioni individuali devono passare con l’unanimità e ogni passo dovrà essere discusso e valutato con attenzione. Diverso, e ben più delicato, il fronte delle sanzioni commerciali, che richiedono solo una maggioranza qualificata per entrare in vigore. In questo caso, Roma ha già fatto capire che non ci sta. Non per simpatie o per ideologie, ma per buon senso. L’interscambio economico tra Italia e Israele è importante, soprattutto in settori strategici come l’agroalimentare e la tecnologia. Colpire questi ambiti rischierebbe di danneggiare più l’Italia che il governo di Tel Aviv.