di
Marco Angelucci
La storia della zona industriale tra declino e trasformazione, vista da molti come «italianizzazione forzata». I timori che si ripeta il caso della Speedline
Duemila posti di lavoro a rischio. L’allarme lanciato dai sindacati dei metalmeccanici sul futuro del gruppo Valbruna non è campato per aria. Se chiude Bolzano infatti rischia di saltare anche la fabbrica di Vicenza: i due stabilimenti sono interdipendenti. «Alcune lavorazioni fatte a Vicenza vengono rifinite a Bolzano e viceversa, i due stabilimenti non possono vivere uno senza l’altro» spiega l’amministratore delegato Ernesto Amenduni che al momento non si sbilancia sul bando europeo appena pubblicato dalla Provincia.
L’affitto richiesto, 150 milioni per 50 anni per 19 ettari, è alto. Molto alto. Poi ci sono gli investimenti che l’azienda dovrà fare per rendere la produzione meno impattante dal punto di vista acustico e ambientale. «Lo impongono le norme europee» si affretta a chiarie l’assessore all’Industria Marco Galateo (FdI) assicurando che si farà di tutto per mantenere la produzione a Bolzano. Lo stesso ha detto il ministro del made in Italy Urso che sta valutando se utilizzare il golden power per far continuare la produzione siderurgica. Tuttavia a Bolzano sono in tanti a sperare che Valbruna chiuda i battenti. Gli ambientalisti che da anni denunciano l’inquinamento che esce dal padiglione scorie, gli speculatori che vorrebbero acquisire l’area e rivenderla a pezzi e anche i nazionalisti pantirolesi che vorrebbero veder fuori dai piedi una fabbrica italiana. Poi c’è la questione di ponte Roma: gli immobiliarsti Heinz Peter Hager, Paolo Tosolini e Robert Pichler vorrebbero realizzare 1.500 alloggi proprio accanto alle acciaierie: in molti si chiedono se il progetto è compatibile con una produzione a ciclo continuo come quella di Valbruna anche una volta completata l’insonorizzazione.







