Era una piovosa mattina londinese del 18 settembre 1970 – 55 anni fa – quando, verso le 11, la pattinatrice tedesca Monica Dannemann, allora compagna di Jimi Hendrix, lo trovò, esanime, sul letto del Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent.
I due avevano trascorso la notte insieme dopo una cena a base di pasta al ragù e vino rosso. Poi, ognuno nel proprio letto. Da un bel po’ Hendrix soffriva di insonnia ed esagerava con i barbiturici: quella mattina, verso le 7, ne aveva ingurgitato quasi venti volte la dose raccomandata. L’ambulanza portò Jimi al St. Mary Abbots, ma il più grande chitarrista al mondo era già morto. Aveva 27 anni. Il coroner Gavin Thurston che eseguì l’autopsia stabilì che Hendrix era morto per asfissia causata dal suo stesso vomito indotto dall’assunzione di sonniferi Vesperax mixati con alcol.
Un biopic del 2013 diretto da John Ridley, All Is by My Side, racconta gli anni di Jimi a partire dal suo arrivo a Londra (era nato a Seattle, Washington, Usa, il 27 novembre del ’42, nome all’anagrafe Johnny Allen Hendrix) e termina con il suo trionfale ritorno in patria al mitico concerto di Monterey (California), fortemente voluto da Paul McCartney, il 4 giugno ’67, accanto a Who, Otis Redding, Mamas & Papas, Jefferson Airplaine e altri pezzi da novanta.






