Il primo benvenuto a Donald Trump nel Regno Unito lo hanno riservato i contestatori che avevano prenotato una stanza d’hotel con vista Windsor Castle per proiettare foto del presidente Usa e del fratello di re Carlo III, il principe Andrea, in sorridente compagnia di Jeffrey Epstein, morto suicida in carcere a New York nel 2019. Un saluto a generare imbarazzo collettivo, per tutti i protagonisti di questa seconda, eccezionale, visita di Stato concessa a Trump dal primo ministro laburista Keir Starmer e dal sovrano, che non poteva dire che sì.

La due giorni dedicata al fasto della monarchia e agli affari con il governo è stata organizzata all’insegna del “rischio contenuto” a scongiurare imprevisti e contestazioni. Non che queste ultime non siano state organizzate, ma evitare Londra ed evitare le strade di Windsor, passando la giornata numero due nel Chequers, la residenza di campagna del primo ministro, ha il doppio vantaggio di offrire a Trump tutte le photo opportunities che desidera, evitando “bagni di folla” e manifestanti armati di rabbia. Tutti schierati con i palloncini a forma di baby Trump arancione, a un’ora di auto, a Londra.

La fascinazione esercitata dalla monarchia è stata l’asso nella manica di un primo ministro che ha appena licenziato Lord Peter Mendelson, il suo ambasciatore a Washington, per la sua amicizia “pericolosa” con Epstein subito dopo aver dato vita ad un rimpasto di governo, di emergenza, per salvare il salvabile. La monarchia, le origini scozzesi di Trump, per parte di madre, la seduzione esercitata dalle divise e dalla corona sono le ultime armi da giocare per il Regno Unito alle prese con i dazi e una economia devastata da Brexit, Covid e dalle dinamiche geopolitiche mondiali. Così, anche la visita di Stato di Trump, la seconda dopo il 2019, arriva come una boccata di aria fresca.